QUANDO I DETERSIVI UCCIDONO LA NORMALITA’. 8

Ester Lupo
DI ESTER LUPO

 

Il fatto di dedicare molto del mio tempo alle attività legate all’associazione, non mi faceva perdere di vista la speranza di venire fuori dalla mia situazione di difficoltà. Continuavo sempre ad effettuare vari tentativi per riuscire a trovare una soluzione abitativa a me idonea. Così mi rivolsi nuovamente al Comune di Roma, scrivendo una seconda lettera, destinata al Sindaco Gianni Alemanno, da cui non ho mai ricevuto aiuti . Intanto, la mia sensibilità chimica, in assenza di cure adeguate e in mancanza di una stanza resa compatibile in una struttura sanitaria, per poter eseguire le cure, aveva raggiunto livelli ragguardevoli. Non riuscivo più neanche a dormire in auto, perchè le imbottiture dei sedili, le gomme, le plastiche presenti nell’abitacolo, mi procuravano infiammazione all’apparato respiratorio, seguite da emicranie, bruciori, dolori muscolari, nausea. L’automobile ormai la utilizzavo soltanto per appoggiare i miei effetti personali, il cibo, l’acqua, le coperte, gli asciugamani e le altre cose. La mia casa era diventato il giardino dell’ospedale, del mio quartiere. Mi lavavo nelle zone più nascoste del giardino, mangiavo seduta sulle panchine, quando non c’era gente, e dormivo sempre  sulle panchine dell’ospedale. Sia d’estate che d’inverno. con me avevo  solo delle coperte sottili in poliestere, perchè erano le uniche che io riuscissi a tollerare e altre non si potevano bonificare chimicamente, perchè non avendo casa, non avevo la mia lavatrice in cui non erano mai stati utilizzati detersivi, ma solo bicarbonato puro. Ero solita dormire su una panchina da cui si vede, da una grande vetrata, uno dei lunghi corridoi di chissà quale reparto. Spesso pensavo che i ricoverati, sia pur nella sfortuna di star male, si dovevano sentire comunque dei privilegiati, visto che erano al caldo e con del personale pronto ad assisterli, in caso di bisogno. Invece, io ero là, al freddo, senza un bagno, senza assistenza, senza un letto su cui dormire e per giunta, anche malata. Ricordo dei giorni in cui c’era stata la neve, a Roma. Quella volta c’erano meno quattro gradi, di temperatura. Quella notte ero fuori dalla porta del pronto soccorso, perchè non stavo bene e non riuscivo a stare in un luogo chiuso o riparato, per sottrarmi dal freddo. Nevicava, e per ogni colpo di vento non sapevo se tra la crisi respiratoria e così tanto il freddo avrei resistito ancora.  All’inizio mi chiedevo cosa mai avessi fatto di male nella vita, per passare tutta questa sofferenza. Soprattutto durante i primi tempi, era una cosa che mi chiedevo spesso. Nella mia vita non ho fumato, nè bevuto, nè utilizzato sostanze stupefacenti, nè strafatto cose per cui avrei potuto mettermi sotto stress. Non ho mai trovato risposte alle mie domande e in poco tempo avevo smesso anche di pormele, perchè mi toglievano quella parte di energia che avrei potuto utilizzare per qualcosa di più costruttivo.  Con l’aggravarsi della sindrome, mi sentivo sempre più affaticata dalla vita da nomade e sempre più minacciata dalla sindrome che, nel frattempo, mi aveva intaccato la corretta funzionalità del fegato e difficoltà con i reni. Lentamente cresceva dentro me un senso di ribellione a tanta indifferenza, sia per la vita che conducevo, sia perchè pensavo che se si fosse trovata al mio posto una persona vulnerabile psicologicamente, forse non avrebbe retto a tanto stress. Questo pensiero mi spingeva a portare avanti con più forza le iniziative che si volevano realizzare in associazione. Cosi, nel giro di un anno e mezzo, si sono realizzati quattro convegni rivolti ai medici e messo le basi per creare una comunità che potesse accogliere i malati di M.C.S.. E intanto in questi ultimi 12 mesi la mia vita è cambiata.