MODERNE MEDEE

Tonia Bardellino

DI TONIA BARDELLINO

Il mito di Medea sembra essere, come le maggior parte dei miti, intramontabile. Tale mito sembra, inoltre, riflettere e svelare delle verità nascoste negli strati più profondi dell’inconscio umano. Medea, figlia di Eete, re della Colchide, fu una famosa maga. Sposò Giasone, dal quale ebbe due figli; ma, il suo mito racconta, quando Giasone l’abbandonò per unirsi ad un’altra donna, Medea si vendicò uccidendo i figli avuti con l’eroe conquistatore del Vello d’oro. Per Sigmund Freud il linguaggio dei miti è analogo a quello dei sogni. Il mito viene assunto, quindi, dal padre della psicoanalisi, come una manifestazione collettiva altamente elaborata dello spirito umano, di cui rivela e, al tempo stesso, dissimula certe tendenze inconsce. Per lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung, i miti sono da considerare alla stregua di analogie utili all’analisi della dimensione collettiva dell’inconscio. La realtà psichica tende ad oggettivarsi e questo avviene quando a definirla concorre la presenza di un medesimo atteggiamento in più individui. Nel mito di Medea si rappresenta una tendenza ritenuta razionalmente, in tutte le culture, innaturale: l’esistenza di atteggiamenti ostili e distruttivi in una madre verso i propri figli. Normalmente, si attribuiscono alle madri unicamente sentimenti di protezione e amore verso i propri figli. Eppure, questa rappresentazione del senso comune, dell’amore materno come universale e assoluto è, in una qualche misura, imprecisa ed ingannevole. Infatti, la cronaca ci costringe a leggere (o ad ascoltare), non di rado, notizie di infanticidi, veri o presunti, o di abbandoni di neonati nei posti più impensabili. I resoconti delle cronache disvelano una cruda realtà, fortunatamente molto circoscritta: la presenza di “moderne Medea”, che per le più svariate ragioni, mettono in atto l’uccisione dei propri figli, ricalcando il modello “proiettivo” ed inconfessabile del mito della maga sposa di Giasone. Nella nosografia psichiatrica attuale è presente una sotto-tipologia della depressione, detta “depressione post-partum”, nella cui sintomatologia la puerpera, in luogo di attesi sentimenti di gioia e felicità, vive sentimenti di profonda angoscia e malinconia. In alcuni casi, questa “strana” forma di depressione può indurre le neo-mamme ad uccidere, in un raptus incontrollabile, il figlio, rimuovendo, subito dopo, l’episodio criminale dell’infanticidio dalla coscienza. Questa manifestazione della realtà umana, getta un’ombra sulla essenza morale dell’uomo. D’altronde, in ogni essere umano si nasconde un abisso e agiscono meccanismi di difesa inconsci e inafferrabili. Lo studio scientifico di questi casi di infanticidio perpetrato dalle stesse madri, può condurre a conoscere meglio tali meccanismi inconsci, che albergano nella psiche umana, per poter escogitare sistemi di prevenzione di tali gravi episodi. Peraltro, nel caso di infanticidio, o tentato infanticidio, eseguito con modalità diverse, quali il gettare il neonato in un cassonetto, o addirittura in un W.C., quali che ne siano le ragioni o, in alcuni casi, le giustificazioni, soprattutto e ovviamente non solo, lo sviluppo di un più elevato livello culturale, tale da consentire di essere a conoscenza delle leggi vigenti e della possibilità di consegnare (anche in forma anonima) i neonati “indesiderati” a strutture di assistenza, quali ospedali o chiese, può contribuire a ridurre il fenomeno nella realtà sociale italiana. Certo è che il confronto tra bambini e adulti si risolve ,purtroppo spesso, con l annientamento dei primi, vittime della crudeltà di un mondo corrotto e dominato dalla violenza più cieca , a cui sono estranei : non ancora induriti dalle sofferenze e dai mali essi non conoscono l’ inganno nè hanno la forza per ribellarsi alle ingiustizie .