GIORGIO GABER: UN UOMO LIBERO

Giorgio Trichilo

DI GIORGIO TRICHILO

Un fragore squarcia la nebbia musicale della Milano degli anni Cinquanta. È  il rock’n’roll: il nuovo ritmo conquista un ragazzo amante del jazz e della chitarra. Il colpo di fulmine gli cambierà la vita. È Giorgio Gaber:  in quegli anni si immerge a capofitto in quel fermento. Un’ esperienza straordinaria. Ce la racconta Paolo Dal Bon, che dal 1984 fino alla scomparsa ha lavorato a fianco di Gaber e oggi presiede a Milano l’omonima fondazione.
Giorgio Gaber nasce musicalmente al Santa Tecla di Milano. Quale atmosfera si respirava in quel locale? «Aria di curiosità, di sperimentazione. È un ragazzo intelligente e brillante come Giorgio si sentiva a casa sua. Cominciò come chitarrista jazz e poi passò al rock. Una sera comincia anche a cantare Be bop a lula di Gene Vincent. Si avvicina un signore e gli chiede se era interessato a un provino: quel signore era Mogol». In quella Milano Gaber ha modo di incontrare e di suonare con alcuni artisti che avrebbero legato il suo nome alla nascita della canzone d’autore. Cominciamo con il primo: Luigi Tenco? «Luigi Tenco è coautore, anche se non firmò la canzone, del primo successo di Gaber: Ciao ti dirò. Erano due persone estremamente sensibili, anche se Giorgio aveva quegli anticorpi caratteriali necessari per affrontare il mondo dello show business. Questo, invece, fu il punto debole di Tenco. Mi spiego meglio: negli anni Sessanta un ragazzo di talento poteva diventare un idolo dei teenager nel giro di un’estate a prezzo di sottostare a certe regole e di soffocare la sua vera creatività. A differenza di Gaber, Tenco soffrì molto questo stato di cose.  Ogni volta che Giorgio parlava di Tenco, sottolineava sempre questo aspetto». I Due Corsari: Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Che tipo di amicizia era la loro? «Una profonda amicizia. Jannacci è stato genio e sregolatezza. Gaber rigore e professionalità. Nonostante questo, Giorgio ha sempre avuto affetto nei suoi confronti. Una cosa lo faceva arrabbiare: Enzo ha scoperto gente come Cochi e Renato, Abatantuono, Boldi e Teocoli, eppure scarsamente gli sono state riconosciute la sua capacità e generosità di talent scout».

E veniamo ad Adriano Celentano con il quale Gaber suonò  al festival del rock’n’roll, nel 1956 al Palazzo del Ghiaccio di Milano. «Gaber lo ha sempre ammesso: “Se canto, posso dire grazie a Celentano. Lui si presentava tardi alle prove così toccava a me cantare al posto suo”. Detto questo, tra di loro c’è stata una bella amicizia, anche se non sempre accompagnata nel tempo da frequentazione. Gaber riconobbe già nel 1967 la vena demagogica di Adriano, quando scrisse ironicamente La risposta al ragazzo della via Gluck. La sua, tuttavia, non fu mai polemica, ma una sana punzecchiatura come capita tra amici al bar. Quando Giorgio morì, Celentano affermò: “Era il più grande di tutti noi”». In quegli anni il nome di Gaber si lega a un’altra grande artista: Mina. «Giorgio era affascinato da Mina. Parlava di lei come una donna nata diva. Tra di loro c’era una stima senza pari. In un certo senso anche a Mina si deve la scelta di Gaber negli anni Settanta di dedicarsi al teatro-canzone. Con lei, infatti, condivise nel 1969 una tournée teatrale che lo coinvolse molto e lo fece riflettere sulle potenzialità del teatro». Oltre al rock‘n’roll, Gaber amava anche gli chansonnier francesi, una passione che lo accomuna ai cantautori genovesi della prima generazione. Che tipo di ispirazione trovava in questa musica? «Sì, amava innazitutto Jaques Brel. Della canzone francese lo colpiva la fisicità, la teatralità, la drammaticità con cui gli artisti eseguivano i pezzi. E quest’ispirazione lo accompagnò naturalmente quando si lanciò con Sandro Luporini nella formula del teatro-canzone».
Anni Sessanta: Canzonissima, Festival di Sanremo, varietà tv. Poi la scelta di staccare con tutto. Nasce il Signor G del teatro Canzone. Si è molto scritto e parlato di questa trasformazione. Lei che gli è stato vicino, cosa può aggiungere? «Facciamo un passo indietro, nel 1962. Gaber era già un cantante famoso di rock ‘n roll, aveva già scritto un hit come Non arrossire, eppure andò in televisione in un programma in seconda serata in cui presentava la canzone politica e folk. Di questo programma, curato insieme con lo scrittore e paroliere Umberto Simonetta, rimane forse una puntata negli archivi Rai. Fu un atto coraggioso che gli valse gli attacchi della censura, eppure Gaber non si sentì ferito e continuò ad alternare musica leggera e canzone popolare. Alla fine degli anni Sessanta capì che il suo disagio interiore era lo stesso in atto nella società italiana. Quel disagio non si poteva comunicare attraverso il varietà. Ecco la scelta di percorrere la strada del teatro: non fu un atto di snobismo intellettuale. Gaber non rinnegò mai Non arrossire, i Festival di Sanremo e le Canzonissime. Si sentì semplicemente libero di seguire le sue esigenze di artista e di uomo».
Ma nel signor G cosa è rimasto del ragazzo del rock’n’roll? «Se per rock si intende non essere rigidi e  vivere la propria creatività senza schemi precostituiti, Gaber fino alla fine è stato un ragazzo del rock ‘n roll».