LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE

Vanni Salvemini

DI VANNI SALVEMINI

Partecipazione contro l’antipolitica e la disaffezione.

“Ripartiamo dalla partecipazione per colmare la crisi di fiducia” La patologia è “la mancanza di sedi di discussione della politica, di confronto serrato e sereno sulle scelte fatte e su quelle da fare” che “non può non impoverire i legami con quel processo diffuso e plurale che è stata la primavera”. Il rimedio è, ovviamente sempre quello, il bisogno di un partito aperto, poroso rispetto all’esterno. Un futuro “potrà esserci solo se i cittadini ne diventeranno protagonisti”. Si tratta di osare dove nessuno finora è giunto, organizzare un’inedita forma di democrazia partecipata che riossigeni il rapporto tra politica e società. Il popolo delle primarie aveva promesso questo. Diventare il partito dei cittadini. Sperimentare forme nuove di coinvolgimento nelle decisioni della politica. Intendiamoci la partecipazione non è solo un insieme di tecniche per comunicare in modo creativo. Al contrario è una rottura politica. Riguarda chi gestisce il potere, chi tiene nelle mani il mazzo delle scelte. Se un gruppo ristretto, i notabili,l’apparato, gli eletti, oppure una comunità allargata. È una questione che riguarda la sostanza più che la forma, il merito più che il metodo.

Nelle ultime occasioni la partecipazione dei cittadini si è rivelata una chiave per vincere. È il grimaldello per scardinare le incrostazioni dei voti bloccati e di quelli comprati, l’alchimia per dissolvere i coaguli di potere. La contraddizione è che se la partecipazione è decisiva per vincere, al contrario, diventa un impiccio per governare. I cittadini, indispensabili per generare un effetto moltiplicatore nella fase di raccolta del consenso, diventano, dopo la presa della Bastiglia, un ingombro quando chiedono di condizionare la decisione della politica e delle politiche. E quando la politica perde lo slancio sociale verso il cambiamento, allora degrada in gestione del potere. Allora anche la qualità delle politiche pubbliche decade. E si annidano i rischi di degenerazione. E i leader da interpreti del processo sociale si invertono in surrogati. La funzione carismatica della leadership soppianta quella trasformativa e,invece di attivare le risorse latenti delle persone, rende tutti spettatori passivi, al massimo una curva nord del leader. Il vero punto di leva, quello che consente di sollevare il mondo, è la fiducia. E la fiducia è una risorsa scarsa che si riproduce solo se nella relazione circolano fattori di coerenza, trasparenza, ascolto efficace.

La fiducia si conquista accorciando banalmente il fossato che separa il dire dal fare. La crisi della politica, è innanzitutto crisi di fiducia nella politica. Ecco perché a tutti noi viene chiesto uno straordinario coraggio. Agire una politica che discuta pubblicamente dei propri costi e delle proprie, del modo con cui si organizza e finanzia e seleziona la classe dirigente (una parola chiara sulle primarie? Magari farle sui programmi, sulle idee e non solo sulle persone), dei canali attraverso cui dialoga con gli interessi delle diverse parti sociali, delle regole e dei limiti nella gestione delle istituzioni. Una politica che abbia un’idea forte, riconoscibile, positiva su questo tempo di crisi, e che resti permeabile rispetto alle ansie del cambiamento. Questa politica, sarebbe l’unico anticorpo al virus dei vecchi e nuovi trasformismi, anche quando ricoperti dall’accattivante veste offerta dal leader carismatico o cosiddetto moderato.

Come quelli che si agitano scomposti e rumorosi in questi giorni sul palcoscenico della vicenda regionale fino ad annunciare che rispetto alla loro sovranità, ogni differenza nella politica può svanire, ogni idea può evaporare, ogni valore può dissolversi.