PROSPERO GALLINARI E I PUGNI CHIUSI AL SUO FUNERALE

Giorgio Trichilo

DI GIORGIO TRICHILO

il pugno chiuso è un gesto che appartiene alla storia della sinistra internazionale. Lo alzavano gli operai della Comune di Parigi, i socialisti milanesi colpiti dalla repressione di Bava Beccaris, i ragazzi dei campus americani contro la “sporca guerra del Vietnam”.. Forse anche grazie al pugno di Tommy Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, oggi un certo Barack Obama è per la seconda volta presidente degli Stati Uniti.

Ma veniamo al fatto che ha fatto scalpore: il pugno chiuso al funerale del brigatista rosso Prospero Gallinari. Bisognerebbe chiedere le ragione a coloro che lo hanno alzato. Così come si dovrebbe chiedere ai camerati il motivo del loro saluto romano ai funerali di Mirko Tremaglia e Pino Rauti, due ragazzi di Salò diventi esponenti di spicco del Movimento Sociale.  In ambedue i casi si tratta di un gesto sintomatico: i sentimenti non seguono di pari passo le sentenze della storia. Gallinari come Tremaglia e Rauti hanno combattuto una guerra sbagliata e su questo punto il giudizio è fermo. Ma quel pugno chiuso non ha un significato prettamente politico, è un malinconico sfogo di una generazione, quella degli anni Settanta, lacerata da sogni e illusioni, incapace fino in fondo di fare i conti con la sua giovinezza.

E veniamo al secondo punto. La presenza di Claudio Grassi, esponente di Rifondazione Comunista ai funerali del brigatista rosso. Sulla questione è intervenuto Antonio Ingroia, intervistato oggi 25 gennaio, sulle pagine di Repubblica. Il leader di Rivoluzione civile giustifica la partecipazione di Grassi a titolo privato. I due si conoscevano da bambini e la morte unisce quello che i fili della vita tendono ad aggrovigliare e spezzare.

C’è un passaggio dell’intervista a Ingroia che vale la pena di sottolineare. La giornalista Liana Milella chiede: “Nelle critiche si ritrovano assieme Vendola e l’ex An Corsaro: la meraviglia?” E Ingroia risponde: “Dovrebbe indurre Vendola a farsi qualche domanda sul fatto di ritrovarsi in questa compagnia. Lo dovrebbe far riflettere su quello che gli sta succedendo da quando si è messo al traino di un Pd che corre verso destra”.

Non si può non sentire l’eco di quel socialfascismo che tanto male ha fatto alla sinistra italiana. È l’atteggiamento di una sinistra massimalista che si sente unica custode dei valori e si arroga il diritto di impartire lezioni di verginità.  Sì, il massimalismo in fondo è rassicurante e anche seducente, Ma alla vigilia delle elezioni –  in un passaggio così delicato per il nostro Paese – vale la pena porsi questo interrogativo: meglio tenere il pugno chiuso anziché tendere la mano e diventare parte responsabile del cambiamento?