CARO PSIC. UN NEONATO, E ADDIO TEMPO LIBERO.

DI PAOLO RICCI

 

Il nuovo arrivato è figlio di una coppia, nasce in una famiglia, ma anche e soprattutto nasce nel mondo mentale dei genitori, popolato di figure, immagini, sensazioni del passato e del presente. Tutti i pensieri e le fantasie che precedono la nascita e a volte il concepimento, le speranze, le aspettative, i timori, e tanti altri pensieri contribuiscono a creare le condizioni relazionali in cui si svolge la scena dello sviluppo psichico del bambino. Sviluppo che appartiene, come processo, anche ai genitori che crescono insieme al figlio.

 

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Interpretare i bisogni

Gli aspetti fisici dell’accudimento di un neonato – l’allattamento, il cambio del pannolino, il bagnetto, il sonno – rispondono a esigenze chiare che la maggior parte dei genitori, la maggior parte delle volte, riconoscono. La cura dell’aspetto emotivo, che comprende il parlare al bambino o cantare filastrocche per lui,  l’intimità che si crea tenendolo in braccio, l’avvio di una interazione, è più discreta, ma svolge un ruolo altrettanto importante nel suo sviluppo e benessere psico-fisico.

Alcune mamme fanno fatica a stare con il figlio perché hanno l’impressione che abbia sempre bisogno di essere intrattenuto, così, invece di soffermarsi ad osservarlo per farsi un’idea di quello che sta cercando di comunicare loro, fanno vari tentativi con vari tipi di stimoli per trovare una soluzione.

Molti genitori si sentono impotenti di fronte a un pianto o a un lamento e vogliono risolvere subito il problema. Spesso pensano di riuscirci facendo qualcosa a tutti i costi. Se la risposta a un disagio è sempre un’azione di qualche tipo, il neonato impara che solo l’attività fa stare meglio. Nella dinamica madre-figlio i messaggi che vengono in questo modo trasmessi possono essere:

  • “non sopporto di sentirti piangere, facciamo subito qualcosa per farti smettere”. (Il disagio della madre può diventare grande quanto quello del bambino, e questo farà crescere anziché diminuire il malessere del piccolo)
  • “forza, cerchiamo di distrarti da quello che ti dà fastidio”.  (Reazione troppo attiva. Ogni tanto una distrazione fa comodo, ma se viene usata sempre come metodo per affrontare un malessere, assume un altro significato. Il messaggio indiretto trasmesso dal genitore è che trova il lamento non accettabile o addirittura intollerabile.)
  • “non ti devi preoccupare, va tutto bene, sei solo stanco: vuoi le coccole, il biberon, una chiacchieratina”.  (Questo darebbe ad entrambi il tempo di capire qual’è l’origine del malessere,  e alla madre la possibilità di aiutare il bambino a trovare il modo di superarlo.)
Se la risposta abituale al disagio è l’attività, il bambino può diventare sovraeccitato e dipendente da un’interazione eccitante mostrando difficoltà a stare da solo. Il genitore diventa esausto, stressato con voglia di evadere.  Il bambino svilupperà una certa impazienza all’azione con riflessi sull’attenzione e l’apprendimento.

2
Il pianto

La maggior parte dei genitori sopporta a fatica il pianto del figlio. Il fastidio e l’incertezza uniti al desiderio che smetta di piangere il prima possibile, devono lasciare spazio alla consapevolezza che l’interpretazione del suo pianto darà una forma al suo disagio. Si può allora tradurre in qualcosa di più accettabile per il bambino.

Il vissuto del genitore influenza la sua reazione e, conseguentemente, la reazione del bimbo che piange. Serenità e pazienza sono importanti ma non bastano. Valutare le emozioni e i pensieri dei genitori in quei momenti può far emergere modalità disfunzionali quali  sentirsi incapaci, insicuri, impotenti, rimproverati, colpevoli, nel panico, ecc.

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L’interazione di esseri distinti

Un neonato, per poter crescere ha bisogno di un adulto che sia sintonizzato sulle sue comunicazioni. Quello che conta di più è l’interazione e la comprensione reciproca tra i due. Il piccolo può sentirsi sopraffatto dalle sensazioni  sia fisiche che emotive. Ha bisogno di qualcuno che si preoccupi del suo stato d’animo, che capisca cosa gli sta succedendo e che, con la sua reazione, contribuisca a diminuire il fastidio aiutandolo a recuperare uno stato accettabile e gestibile.

 

La ricerca dimostra che i neonati:

Sono finemente sintonizzati sul comportamento e sugli umori di chi sta loro vicino.

Non possono esistere da soli, ma fanno essenzialmente parte di una relazione. Pertanto ciò che fanno gli altri, il modo in cui si avvicinano a loro ha un impatto enorme.

Ciò che conta di più non è cosa portano nell’incontro il genitore o il bambino, ma quello che accade tra loro, la reciprocità dell’interazione, l’effetto che ciascuno dei due ha sull’altro.

I genitori a volte devono semplicemente imparare a stare accanto al bambino tollerando il suo disagio: “un malessere non è la fine del mondo ma una normale sofferenza che può essere accettata e superata”.
I primi mesi/anni di vita sono un periodo di crescita neuronale molto copiosa e per questo vengono considerati come periodi sensibili.

Ciò spiega la particolare delicatezza delle prime esperienze interpersonali ai fini dello sviluppo e della crescita, anche se questo non vuole certamente dire che in seguito non ci siano eventuali possibilità di recupero per eventuali “false partenze”.

Dare la risposta giusta a un bisogno…

…serve a interrompere la richiesta che viene presentata con il pianto

…fa capire ai genitori quali risposte dare

…ma soprattutto, fa comprendere al bambino quale fosse la cosa di cui aveva  bisogno per placare la richiesta indifferenziata che avvertiva.

Anche da grandi spesso ci domandiamo di cosa abbiamo bisogno quando sperimentiamo una insoddisfazione non definibile.  Trovare una risposta soddisfacente ci fa comprendere meglio anche il bisogno sottostante.

L’intervento psicologico di sostegno alla genitorialità si concentra spesso sulle modalità comportamentali e comunicative ma anche sul vissuto emotivo e cognitivo dei genitori nei momenti di difficoltà.

Per informazioni:

genitori@psiche.roma.it