MAMA AFRICA. JOE PETTE, IL FIGLIO DELLA PRIGIONE.

Giacomo Fagiolini

DI GIACOMO FAGIOLINI

Eravamo nel villaggio di Giriama, vicino Mombasa.

Joe Pette entra nella sua casa e ci dà il benvenuto.

Le donne della sua famiglia cantano, i bambini sorridono e chiedono caramelle. Lui parla poco, e osserva molto.

Ci presenta tutti i suoi figli, sono tanti, poi sua moglie e i suoi parenti. Appena arriviamo ci offre una birra fresca e una cena abbondante: “ Tu prendi un bicchiere Joe?” dico “no grazie” sorride.

 

Eravamo stanchi da un lungo viaggio polveroso ed estenuante, si parlò poco quella sera, e mentre mangiavamo io non potevo far a meno di guardare le foto affisse sul muro della casa.

C’è una foto di Joe da giovane, è il giorno del suo matrimonio. Un’altra dove è vestito con un gessato niente male, una grande macchina e fuma.

In un’altra è con alcuni amici, ci sono parecchie birre sul tavolo. All’epoca non parlavo bene inglese, quindi anche se mi scoppiava dentro una grande curiosità, me la tenevo dentro di me.

 

Joe Pette parlava poco, osservando moltissimo. “C’è qualcosa che vuoi chiedermi ragazzo?” dice: “non fai altro che guardare quelle foto da quando sei arrivato”.

“Si, vorrei tanto sapere la tua storia” rispondo. “La mia, è una storia lunga, devo vedere se te la meriti” tagliò corto, e riprese a mangiare.

Quei giorni incontrammo tutte le famiglie che collaboravano con noi in quella zona, Joe era sempre presente, teneva lui in mano le cose, e ce le fece incontrare tutte.

 

L’ultima sera dell’ultimo giorno prima di tornare a Roma, ero stanco morto e mi godevo una birra osservando le stelle, che in Africa sono gigantesche e più vicine. Dopo un po’ arriva Joe e mi chiede come và: “tutto bene grazie” dico, scambiamo due chiacchiere del più e del meno e poi lo saluto: “Allora buona notte Joe, ci vediamo domani per la partenza” e faccio per andare via.

 

“Ero un banchiere” disse, “un manager”.

“Mio padre era uno stregone animista, e quando ero piccolino non voleva che studiassi, ma che seguissi le sue orme. Aveva 3 mogli e moltissimi figli, e innumerevoli statuette di legno alle quali ci raccomandava sempre, anche se poi con noi non parlava mai, se non per imporre regole e costumi.

Io a un certo punto non potevo starci sotto, allora sono andato a Mombasa con una borsa sulla spalla e la mia vita nel cuore. Mi sono fatto in 4 per permettermi gli studi, perché per come la vedevo io se non studiavi nelle scuole dei bianchi tu non eri nessuno.

Mi sono diplomato, e da ragazzo trovai subito un ottimo lavoro nella Kenya Commercial Bank di Mombasa.

 

Guadagnavo un sacco di soldi, e mi sentivo uno arrivato, uno che aveva dimostrato a se stesso che suo padre si sbagliava, che non era una nullità, che quegli idoli di legno non servivano a niente.

Mi sposai e feci dei figli con mia moglie, comprai la macchina che vedi nella foto, mi sentivo molto sicuro di me ma in realtà avevo vuoti d’amore enormi dentro che colmavo con le cose, col lavoro, con i soldi.

Poi dopo un po’ tutto questo non mi bastò più, allora cominciai a tradire mia moglie con le ragazze più belle della costa, a ubriacarmi, fumare e drogarmi.” Io ascoltavo partecipando molto, e mi accorsi che mentre parlava Joe tratteneva le lacrime a stento, si accorse che lo notai e disse : “no è che … ho fatto tanto del male a mia moglie ed i miei figli maledizione”.

 

“Vedi ragazzo se devi fare l’operatore umanitario in Africa queste cose devi capirle: le nostre culture tradizionali sono meravigliose, ma spesso bloccano l’espressione personale del singolo in nome di norme, leggi e tradizioni. Allora noi della mia generazione abbiamo pensato che nelle cose, nei soldi, nel potere che proponeva la cultura occidentale potevamo trovare la nostra libertà come singoli, in realtà Giacomo, io ho soltanto trovato le stesse catene e schiavitù, solo con una maschera diversa.

 

Cominciai anche a giocare d’azzardo, e per finanziarmi cominciai a fare creste alla cassa della banca sempre più esagerate, dilapidai tutto il patrimonio che avevo costruito, feci debiti su debiti, finché dei miei colleghi mi scoprirono e mi fecero sbattere in gattabuia.”

 

“Santo Dio Joe, so che le carceri in Italia sono un inferno, immagino che quelle di Mombasa fossero davvero un incubo” Lui sorrise e disse : “Si lo sono, ma non c’è luogo migliore per ritrovare te stesso quando ti sei perso, che stare solo dentro una prigione”

 

Allora Joe si alzò, andò a rovistare in un cassetto e mi fece vedere un suo diario che sembrava un reperto archeologico del 1500. “Guarda, la mia rinascita nella prigione”.

Sfogliai quel diario pagina dopo pagina: c’erano scritte cose tipo: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, anche se camminassi in una valle oscura io non temo alcun male perché tu sei con me”

“Mia madre e mio padre mi hanno abbandonato, ma Tu Signore non mi abbandoni mai. Spera nel Signore sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore”.

 

“Ero ateo” continuò Joe: “ma dopo un po’ mi venne una voglia matta di leggere la Bibbia, e quelle pagine che non conoscevo mi riempirono di speranza. “Signore Signore guarda come sono ridotto, dimmi cosa posso fare per Te? Se posso vorrei avere un’altra possibilità per mettermi a servizio della vita e dei tuoi figli”.

Joe Pette, poche settimane dopo questa preghiera fu rilasciato per buona condotta dal carcere di Mombasa.

“Da allora non tocco più alcool, droga, sigaretta, ho chiesto scusa a mia moglie che mi ha perdonato ed ora mi dedico alla vita dei bambini qui nella missione con Italia Solidale”.

 

Quando raccontai a Marco, che era responsabile della missione sul posto, la storia di Joe lui mi disse: “ E come al solito la parte più bella non te l’ha detta”.

 

Marco mi disse che in quella missione c’erano stati gravi problemi con il referente di Italia Solidale con cui iniziammo a collaborare che voleva fare di testa sua. Marco ed altri erano disperati, ed andarono a Giriama per cercare una drastica soluzione al problema oppure interrompere gli aiuti, cioè a dire lasciare soli e senza sostegno centinaia di bambini, famiglie, comunità.

 

Marco mi disse che disperato disse alle famiglie che o si trovavano seri referenti locali intenzionati a seguire la linea che dava Italia Solidale in modo onesto e facendo arrivare davvero gli aiuti ai poveri, oppure dovevamo chiudere.

Joe Pette si offri come volontario, offrendo anche la sua casa come provvisorio centro di formazione per le famiglie della zona. Da quel giorno si mise completamente a disposizione dei poveri, dei bambini, degli umili, salvando di fatto col suo gesto la missione e la nostra collaborazione con quelle famiglie.

 Oggi Giriama è una missione attivissima, si sono ridate dignità, lavoro, sussistenza, autostima, armonia personale, familiare e sociale a centinaia e centinaia di persone, salvati dalla morte e dalla malnutrizione altrettanti bambini e giovani, recuperati alcolisti, drogati, giocatori d’azzardo.

 

Tutto questo grazie al Carisma di cultura come vita proposto da Italia Solidale e da P. Angelo Benolli, ma poi anche grazie all’intervento decisivo di Joseph “Joe” Pette, figlio di una prigione per la pace di molti cuori.