SE LA LEGGE IN ITALIA CONTA ANCORA, BERLUSCONI E’ INELEGGIBILE.

Mario Vacirca

DI MARIO VACIRCA

( Avvocato penalista)

Sabato 23 marzo, a Roma, si svolgerà la manifestazione organizzata da MicroMega, finalizzata a chiedere l’ applicazione del Testo Unico delle leggi elettorali. A prima vista potrebbe sembrare una cosa stramba, che si organizzi una manifestazione per chiedere l’ applicazione di una legge; la cosa rientra nella normalità, non solo se consideriamo che siamo in Italia, ma soprattutto ove si focalizzi il vero punto della questione: l’ eleggibilità o meno di Silvio Berlusconi.

La manifestazione sarà, probabilmente, particolarmente affollata, almeno stando al numero di firme raccolte dalla rivista, per la petizione da presentare al Senato per chiedere la dichiarazione di ineleggibilità del Cavaliere, ad oggi l’ appello ha raccolto 230.000 firme, ma sul sito di MicroMega è ancora possibile firmare l’ appello.

Ma qual è il punto giuridico al centro del dibattito ?

Limitandoci ai freddi numeri parliamo del D.P.R. 30 marzo 1957, art. 1, comma 1 n.1.

La norma recita testualmente:

Non sono eleggibili inoltre:

1) coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l’obbligo di adempimenti specifici, l’osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta; ( omissis ).

Dal punto di vista interpretativo, nessun dubbio che la concessione delle frequenze televisive dello Stato rientri nella definizione sopra riportata.

Il vero punto dolente del dibattito, o forse no, è la qualità dei soggetti richiamati nella norma.

Infatti ad un’ interpretazione letterale, sembra che l’ impedimento a sedere nei banchi del Parlamento riguardi i soggetti che hanno ruoli direttivi all’ interno dell’ azienda concessionaria. Ed infatti, nel 1994, quando si presentò per la prima volta il problema, la giunta delle elezioni della Camera, interpretò il testo come impedimento per l’ allora presidente Mediaset, Fedele Confallonieri.

Rimane da chiedersi se questa interpretazione meramente letterale corrisponda alla ratio legis.

E qui la questione sembra prendere una piega diversa.

Infatti, ben prima che si ponesse la questione Berlusconi, la Corte Costituzionale ebbe modo di esprimersi sulla norma de qua, la decisione è la n. 42 del 1961, ed in quella occasione la Consulta sottolineò come l’ ineleggibilità dei concessionari è finalizzata ad evitare un possibile conflitto di interessi del concessionario-parlamentare, poiché non vi sarebbero sufficienti garanzie di una sua imparzialità nello svolgimento del ruolo parlamentare, che comporta, innanzitutto, la tutela dell’ interesse collettivo.

Né vi sono ostacoli legislativi a che si ricerchi il vero titolare delle concessioni pubbliche, nel caso in cui la proprietà dell’ azienda e la sua rappresentatività siano divise tra due o più soggetti. E’ la stessa legge Mammì che prevede che, se i titolari di concessioni siano società private, devono essere individuati le persone che tale società controllano, dunque l’ effettivo proprietario.

Ed esimi costituzionalisti, negli anni passati, hanno sottolineato questo punto. Ciò che conta, per la tutela degli interessi collettivi, è la proprietà della società concessionaria. Il che, d’ altro canto, è abbastanza ovvio.

Se una società ha un socio di maggioranza ( sia esso singolo o perché le quote di maggioranza appartengano alla stessa famiglia ) ed un presidente, chi prende le decisioni fondamentali per la società sarà sempre il proprietario, potendo il presidente essere sostituito in qualunque momento.

Un esempio di facile comprensione ci viene dal mondo del calcio; se il presidente di una società ed il proprietario sono soggetti diversi, chi è che realmente decide l’ esonero di un allenatore ? Chiedete pure ai vari Mister dell’ Inter se sono stati esonerati da Moratti o da Facchetti, e vedrete cosa vi risponderanno.

Dunque l’interpretazione letterale della norma, si scontra con la sua ratio. E tra le due deve darsi precedenza alla ratio legis; “ Nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore ”, art. 12 delle preleggi, ed in questo caso l’ intenzione del legislatore è stata sottolineata dalla Consulta, nella sentenza prima citata.

Sotto questo aspetto, pochi dubbi vi sono circa l’ ineleggibilità del Cavaliere.

Ma allora perché per ben tre volte, le varie giunte delle elezioni hanno votato a favore di Berlusconi? La scelta è sempre stata solo ed esclusivamente politica.

Nel 1994 e nel 2001, le giunte erano a maggioranza di centrodestra, ma anche nel 1996, con maggioranza di centrosinistra, il Cavaliere fu salvato. D’ Alema definirà quella votazione una farsa, ma proprio lui forse ha poco di cui parlare sull’ argomento.

Dunque, motivi politici hanno sempre avuto il sopravvento sull’ applicazione della legge elettorale.

Il problema, oggi, è che si è venuto a creare un precedente, e pure reiterato.

Tanto che, un giurista di chiara fama, come l’ ex Presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, sostiene che se fino ad oggi la norma non è stata ritenuta applicabile al caso Berlusconi, in mancanza di un nuovo intervento legislativo, il disposto che stiamo esaminando non potrebbe essergli applicato oggi.

Qualche dubbio, sul valore del precedente, tra l’ altro neanche giudiziale, in realtà, è possibile averlo, anzi è doveroso.

Da questo punto di vista, la manifestazione di sabato, se pur strana nelle finalità ( per le motivazioni riportate all’ inizio del pezzo ), ha una sua giustificazione forte. Chiedere che, dopo 20 anni di illegittimità eretta a prassi, si torni all’ applicazione di una norma, che è sinonimo di imparzialità e garanzia per i cittadini, sarebbe anche troppo tardi.

Dunque possiamo concludere sul punto in maniera abbastanza certa. Data la legge attuale, il Cavaliere non sarebbe eleggibile ( come nel 1994, 1996 e 2001 ), ma, per ragioni politiche, ciò è sempre stato sacrificato. Oggi, almeno stando alle parole di alcuni senatori, sembra ci sia la possibilità di ribaltare la situazione.

Ma il vero punctum dolens della questione, uno di quei temi sempre citati nell’ agenda della politica, ma forse mai seriamente, è il conflitto di interessi.

In questi anni, d’ altra parte, che la situazione del Cavaliere abbia assunto momenti drammatici è di tutta evidenza. Ci sono stati anni in cui controllava personalmente almeno 5 reti televisive, Rai tre sembra essere stata toccata in maniera irrisoria, forse.

Infatti, anche in Rai, il Cavaliere, spesso, si è comportato come un vero padrone; basti pensare al famoso editto bulgaro, con cui fece fuori tre protagonisti della tv di Stato di quegli anni. E soprattutto per Enzo Biagi, questo è un delitto che grida ancora vendetta; ma anche per Santoro e Luttazzi la cosa assume aspetti di gravità, che solo in una Nazione come l’ Italia, dove l’ opinione pubblica è totalmente assuefatta e passiva, passano come fatti quasi normali.

Ci sarebbe da chiedersi, politicamente, perché dopo tutto questo tempo, e questi ed altri episodi, ci troviamo ancora in una situazione da Paese non ancora civilizzato. La colpa, in grandissima parte, è da addebitarsi a scelte scriteriate della sinistra.

Soprattutto nel 1996, con un Governo fortissimo, che ci stava agganciando al treno europeo, ed una maggioranza coesa ( almeno in quella fase ) si sarebbe potuto mettere finalmente mano alla questione. Ma no, non fu possibile. E questa responsabilità ha, principalmente, un nome e cognome: Massimo D’ Alema.

E’ indiscutibile che durante quella legislatura si preferì tacere del problema. Erano gli anni funesti della Bicamerale, dove il novello Solone della sinistra italiana, per perseguire la sua inarrivabile vanità, e vedere il proprio nome scritto negli annali della storia repubblicana, sotto la voce di nuovo padre della Patria, preferì la presa in giro della destra ( appunto la Bicamerale ), piuttosto che la soluzione di una questione drammatica. E che la Bicamerale fu terreno di scambio con Berlusconi, sul tema delle televisioni, lo ammetterà Luciano Violante, in un dibattito parlamentare: “ era stata data piena garanzia a Berlusconi e a Letta che non sarebbero state toccate le tv ”.

Sulle conseguenze di quella scelta scriteriata, c’è poco da dire, sarà sufficiente andare a P.zza Santi Apostoli, alle 17 di sabato, per vedere come siamo ancora in piena emergenza democratica.

Il tema del conflitto di interessi, non è, comunque, un tema facile, almeno in quanto a risoluzione.

Durante questi anni, qualche voce isolata si è erta, sporadicamente, a richiamare l’ attenzione pubblica sul tema. Uno dei più attenti è sempre stato il Prof. Sartori, che insegnando e passando molto tempo negli Stati Uniti, è immerso costantemente in un sistema di chiaro stampo liberale, dove su questi temi si riscontra una sensibilità particolare.

Il Prof. Sartori è sempre stato un convinto sostenitore dell’ istituto del blind trust. Esso prevede che un soggetto che ricopra cariche pubbliche, rimetta la gestione delle proprie società ad un consiglio di amministrazione, che gestirà tali aziende, senza obbligo di rendiconto, in piena libertà; finchè la situazione di conflitto permanga.

In realtà, anche questo istituto non è del tutto sufficiente per superare tutti i possibili conflitti. Si pensi, infatti, che anche se il proprietario non conosca quali tipi di investimenti, o che tipo di gestione venga effettuata per la propria azienda, è comunque conscio di quali provvedimenti legislativi potrebbero aiutarla e quali sfavorirla, e dunque il conflitto di interessi non sarebbe del tutto superato.

Facendo un esempio, se anche il Cavaliere desse le sue tv ad un trustee, potrebbe mai votare una legge che limitasse ad una sola frequenza televisiva, la titolarità ad una singola azienda? Chiaramente no, perché pur senza sapere che tipo di gestione gli amministratori abbiano scelto, saprebbe, comunque, che quella norma andrebbe contro i suoi interessi.

Ed allora il tema della risoluzione del conflitto di interessi, di ogni conflitto di interessi, è questione difficile, sia per la materia ostica, sia per gli interessi, anche costituzionali, in gioco.

Chiudiamo con una dichiarazione del 1999 del deputato degli allora DS Elio Vito : “ Il decreto del 1957 sull’ineleggibilità esiste. Non ci sarebbe nulla di scandaloso nell’applicarlo, fermo restando che per sconfiggere la destra occorre sul serio una buona politica”.

Bene, in tutta sincerità, ci auguriamo che entrambe le affermazioni vengano rispettate con, solo, 14 anni di ritardo; sia circa l’ applicazione della norma del 1957, sia con la speranza di una buona politica, che passerebbe, innanzitutto, da una buona legge sul conflitto di interessi.

Sembrerebbe che nelle discussioni riservate di questi giorni, per la creazione di un Governo, nell’ ottica di un accordo PD-PDL, il Cavaliere sarebbe persino disposto ad accettare una legge sul punto. Questo, in realtà, suona già come un campanello d’ allarme, o forse siamo noi maliziosi; ma alle nostre orecchie questo cedere del Cavaliere sul conflitto di interessi, argomento di cui non ha mai voluto parlare, fa nascere il sospetto di accordi che vanno in senso esattamente contrario all’ idea di buona politica che tratteggiavamo sopra.