IL CANE CLOCHARD E’ PIU’ AMATO DI QUELLO DI RAZZA.

Sabrina Margiotta
 
DI SABRINA MARGIOTTA
 

Passeggiavo per le strade del centro, così affollate nel sabato pomeriggio, primo sole di una primavera che tardava ad arrivare, dopo un inverno troppo lungo e piovoso. Passeggiavo e mi guardavo intorno, vedevo volti sorridenti, la primavera ha sempre effetti benefici sull’umore. Sembrava finalmente avessero tutti ritrovato quella pace e quella calma che stiamo cercando. Fidanzati che si tenevano per mano, mamme col passeggino, e tanti tra giovani, adulti, anziani che si godevano quel primo sole tra vetrine e portici del centro. Il mio sguardo va, volontariamente, verso di lui, quel clochard che sta sempre lì all’ angolo di un grande negozio di abbigliamento, di un  marchio noto. Anche oggi lui è lì, per lui non c’è stagione, per lui non c’è primavera, e chissà se quel raggio di sole che sta illuminando tutti quei visi, è riuscito almeno per un attimo a illuminare la sua anima, a regalargli un istante di apparente felicità. Io mi avvicino a lui e al suo cagnolino che porta sempre con sè, lui non mi guarda dritto negli occhi, li tiene sempre bassi, con lo sguardo rivolto verso le scarpe dei passanti e il pensiero rivolto chissà a cosa, chissà a chi. Ma quando poggio nel suo cestino una moneta ed una scatola di cibo per cani, umilmente ringrazia, sollevando il viso e lasciando che per un attimo il suo sguardo spento e triste incontri il mio. In quel momento un bambino che teneva un cucciolo di labrador al guinzaglio, probabilmente attirato dalla scena appena accaduta  o forse più semplicemente attirato da quel cucciolo, con tanta forza nei muscoli e altrettanta voglia di giocare, si avvicina al clochard e al suo cagnolino, che con il suo padrone è sempre lì, fermo, seduto su un borsone, senza voglia di correre e giocare, ma pronto a ringraziare con umiltà chiunque sia così gentile da accorgersi di loro e dargli una moneta o del cibo. Il cucciolo di labrador annusa il “cagnolino clochard”, ed inizia a muovere la coda, vorrebbe giocare… ma in quel preciso istante, come in un film dove la scena sarebbe stata accompagnata dal suono di un armonica, per poi  sentire stridere violentemente uno strumento. È la voce della mamma, che strilla a suo figlio, dicendogli che non deve avvicinarsi a “quel” cane. D’altronde il razzismo che ogni giorno riserviamo a queste persone, che per ragioni che noi non conosciamo sono senza un tetto, è lo stesso che riserviamo ai loro cani. Come si può pensare che un cane di razza, comprato in un negozio per animali, sia migliore di un cane meticcio? E soprattutto come si può pensare che chi ha scelto un cane per colore e lunghezza del pelo, per taglia, per pedigree, per razza, sia migliore di chi ne ha salvato uno dalla strada e ne ha fatto il suo compagno di viaggio, nel bene e nel male, dividendo con lui sempre quel poco di materiale che possiede. I bambini sono innocenti e proprio come i cuccioli di cane non guardano le cose materiali, cosicché il bambino guarda la mamma con il faccino triste di chi è appena stato rimproverato, ma il cucciolo di labrador prima di ascoltare il richiamo del padroncino,che è costretto a tirare il guinzaglio mentre la mamma ancora borbotta, prima di lasciare il cucciolo clochard, gli si avvicina con la testa e sfiorando la testolina del cagnolino, sembra quasi voglia dir lui qualcosa nell’orecchio, chissà cosa, poi si guardano e mentre uno viene tirato via, l’altro rimane lì, fermo come sempre al fianco delsuo padrone. A me piace immaginare che gli abbia detto: “non sono migliore di te, sono stato solo più fortunato a trovare una casa e del cibo tutti i giorni, ma tu sei stato più fortunato di me a trovare un padrone che ti ama davvero e che non ti lascia mai, perché i miei invece mi lasciano da solo tutto il giorno, e mi concedono solo questa passeggiata ogni tanto.Non sono migliore di te, proprio come il mio padrone non è migliore del tuo.”… Ma loro sono “solo” dei cani, pertanto non parlano, hanno però una sensibilità dalla quale gli uomini potrebbero apprendere ogni giorno, per imparare ad amare, ad amarsi, e ad amarli.