LA NOBILE ARTE DEL LAVORO.

Alma Antonella Mundi

DI ANTONELLA SODDU

Cosa ci rimane delle cose che ci hanno accompagnato per tutto il corso della nostra vita? Le cose che ci hanno insegnato i nostri genitori, i nonni, i luoghi che ci hanno visto crescere, diventare uomini e donne  di una società  civile e democratica? Quasi nulla apparentemente, se non il profumo di certe giornate lasciate negli angoli dei nostri ricordi che si confondono con l’amarezza di quelle cose che irruente entrano nella vita di ciascuno di noi, quasi a metterci alla prova e volerci dimostrare che l’uomo è fragile anche quando mostra la forza di una pietra di fiume. E’ la natura umana che si risveglia in noi, lo fa nella maniera più cruda. Uno scopo, un motivo c’è, c’è sempre, qualunque cosa o fatto si presenti al nostro cospetto. Ma, nell’ istante in cui questo accade la natura umana, si dimostra nella sua parte più debole, l’arrendevolezza. E, chi rimane sfoggia la rabbia data dal non comprendere e accettare quello che non dovrebbe esser un banco di prova ma aria profumata e linfa di vita. Detto questo, sentire ai tg, leggere sui giornali notizie di cronaca riguardanti il dilagare di suicidi per mancanza di lavoro, per disperazione e senso d’impotenza ad esso connesso, spesso ci sembra solo un lontano miraggio e come per tutte le cose “brutte” pensiamo di non doverle mai toccare con mano o in ogni caso che non possa mai riguardare noi o qualcuno a noi vicino. Invece no, ora so che può accadere a chiunque di morire per il non lavoro, per quel composto che rende l’uomo libero e vivo. Quel composto che lo fa sentire in grado di affrontare qualsiasi cosa, che lo rende orgoglioso di costruirsi una famiglia, di crescerla seppur con sacrifici. Non è vero che l’uomo non soffre e non piange dentro. Piange, quando gli è negato il diritto d’esistere usando la forza del fisico e della mente impegnata nella nobile arte del lavoro, quando gli è negato il diritto ad esistere con le proprie forze cosi da portare il proprio apporto alla società a cui sente il senso d’appartenenza per esserne parte integrante ed è, invece, lasciato ai margini, dimenticato da quelle istituzioni che dovrebbero garantirgli un semplice diritto costituzionale. In nome di quella stessa costituzione per la quale i nostri avi hanno lottato per lasciarci a garanzia un’esistenza fatta di diritti e doveri. Quei doveri che per mancanza di diritti non si possono assolvere. Quelli stessi doveri per i quali ci è chiesto sovente sacrificio per il risanamento della nostra nazione compromessa economicamente e politicamente dal mal governo della cosa pubblica e per la sete di potere a cui l’uomo stesso,  ci ha condotto per la propria ingordigia.  Ci hanno messo all’angolo e, come in un ring di pugilato, messi al tappeto. Siamo, oramai, senza una guida capace di riportar significato al nostro vano sacrificio imposto. Manca tutto, o forse quel tutto era ciò a cui nessuno ci ha voluto più abituare, perché quel tutto è qualcosa che non ci fa comprendere cosa sia il niente, quel tutto diventa indifferente paura di esser anche noi vittime del niente, diventa indifferenza alla sofferenza altrui, perché ognuno pensa per sè, pur consciamente consapevole  che tanti altri camminano nel doloroso sentiero dello sconforto, e della paura per un futuro senza risposte. E allora, siamo ciechi, sordi alla sofferenza di chi magari vive accanto a noi o a due passi da noi. Lo incontriamo in strada, al bar, al mercato, in piazza, alla stazione, a scuola, in ufficio, e ovunque sia la casa della società civile, ma, l’inconsapevole incolpevole insensibilità ci rende muto il grido d’aiuto e cieco lo sguardo perso nell’incertezza. Poi, arriva la mazzata improvvisa che ci fa dire: “ chi l’avrebbe mai detto”. E l’uomo stanco si è perso per sempre. Non fa più ritorno perché la mente umana si spegne ad ogni volontà di sopravvivenza.