CASO BOLDRINI. LA VIOLENZA CORRE SUL WEB

Silvia Garambois

DI SILVIA GARAMBOIS

La violenza corre (anche) sul web. Violenza razzista, violenza omofoba. Violenza contro le donne. La denuncia della presidente della Camera, Laura Boldrini, contro l’uso criminale di internet – nei giorni in cui altre tre donne sono state uccise dai compagni o da chi voleva possederle – ha dato una scossa su un problema mai portato pienamente alla ribalta, neppure quando proprio le persecuzioni via internet sono state causa di tragedie (basti ricordare la storia terribile del “ragazzo dai pantaloni rosa”, che per sfuggire all’irrisione scelse di farla finita: e non è stato il solo).

Questo vero e proprio “stalking informatico” ha tra le sue vittime – in modo sistematico – anche le giornaliste (e i giornalisti), soprattutto se impegnate sull’informazione delle donne, dal femminicidio alla promozione delle eccellenze femminili. Le parole si fanno insulto, si mutano in minacce, mentre i molestatori si celano dietro a pseudonimi.

Quanto è avvenuto solo negli ultimi giorni nel nostro Paese deve far riflettere: dalle espressioni bieche di razzismo contro la ministra Cecile Kyenge, alle minacce a Boldrini, sembra che a scatenare umori mai sopiti sia proprio la presenza maggiore di donne al Governo. Donne che difendono le loro idee.

La “task force” interministeriale (Pari Opportunità, Interni, Giustizia) annunciata dalla ministra Josefa Idem contro il femminicidio ha ora in agenda anche lo stalking via web. Ma – se è vero che alla base c’è una questione culturale, che fa del “caso Italia” un problema a se nel panorama internazionale – è vero anche che non servono leggi eccezionali per affrontarlo: abbiamo tutte le leggi che possono fermare gli assassini e gli stalker. Bisogna applicarle.

Quello che non si può più fare è limitarsi ad una alzata di spalle quando una donna denuncia maltrattamenti e persecuzioni, come troppo spesso avviene ancora non solo in famiglia ma addirittura nei posti di polizia. O quando su una pagina internet leggiamo commenti inaccettabili.