L’EDITORIALE.12 MAGGIO, LA TEMPESTA PERFETTA HA GIA’ PROVOCATO DUE MORTI.

Lucio Giordano

DI LUCIO GIORDANO

L’avevamo annunciata, l’11 maggio alle 5 di mattina, chiudendo l’editoriale. E, puntuale, la tempesta perfetta è arrivata, devastando per tutta la giornata le poche certezze della politica italiana.  Sarà dunque una  data da segnare in rosso nei calendari della storia questo 11 maggio 2013. Il giorno in cui tutto è cambiato.

Per il Pdl è l’inizio della fine. Per la prima volta, a Brescia, una piazza mezza vuota e per metà riempita di contestatori, ha assistito al canto del cigno del proprio leader. Per la prima volta da quando è in politica Berlusconi è apparso appesantito e stanco. Poco lucido. Non più un leone ma una tigre  di carta. Ci sta. Dopo vent’anni sulle barricate anche lui ha capito  che sta arrivando il momento della sconfitta definitiva. Il cavaliere non l’ammetterà mai. Ma sa che è cosi.

Quello che  però più sorprende della giornata bresciana è che i contestatori fossero sì uno sparuto gruppo proveniente dai centro sociali più  qualche M5s. Ma che a guidare la protesta erano soprattutto uomini e donne di mezza età.  Gridavano compostamente e con forza il loro  sdegno all’indirizzo del leader pdl . L’atmosfera era insomma molto simile a quella della contestazione a Craxi, davanti all’Hotel Raphael

E non è un buon indizio per Berlusconi. Pessimo indizio è invece la partecipazione di ben tre ministri della repubblica italiana, Lupi, Quagliarello e  Angelino Alfano, ad una manifestazione contro la magistratura. Cioè contro una fondamentale  istituzione dello Stato Italiano. Davvero un sapore eversivo inammissibile in qualsiasi Paese democratico. Tanto che c’è già chi parla di un’interrogazione parlamentare nei confronti dei tre ministri.

Berlusconi sul palco, ha sottolineato di non voler cedere alla tentazione del fallo di reazione. E dunque non farà cadere il governo. Ma è chiaro che la tensione  all’ interno dell’esecutivo, dopo questa raggelante manifestazione anti istituzionale, è già oltre i livelli di guardia. In un governo incerottato, litigioso, febbricitante,  ogni spiffero può seriamente condurre alla polmonite letale.

Ma a morire in maniera chiara ed evidente, in questo 11 maggio, non è stato solo il Pdl. Anche il Pd ha certificato la propria fine. Nel corso di  un’assemblea in cui tutti insieme sono emersi: dissapori, assenza di coraggio, faide interne,  mancanza di una linea programmatica e soprattutto una rassegnazione che nessuna dichiarazione di facciata potrà smentire. Il pd si è suicidato all’indomani dei 101 cecchini che hanno impallinato il nome di Romano Prodi alla presidenza della repubblica. E’ finito in coma per un mese. Con l’assemblea alla fiera di Roma,  la spina sta per essere staccata, anche se c’è chi ha deciso di tenere in vita il Pd affidando la segreteria a Gugliemo Epifani, ex leader cgil. Una reggenza in vista  del congresso di ottobre, che probabilmente mai si farà.  Dando  infatti uno sguardo ai commenti sul web, entrando nelle sedi di partito e parlando con i militanti, ormai la parola d’ordine è: meglio  sciogliersi che andare avanti con questa lenta agonia. Indispensabile è insomma  fondare subito dopo due nuovi movimenti: uno a destra, con un leader già designato, il sindaco di Firenze Matteo Renzi. L’altro a sinistra.

Certo,  fa uno strano effetto rendersi conto  che a governare il Paese ci siano due partiti virtualmente finiti. Ma sono le stranezze d’Italia. E mentre tra i 5 stelle continua il dibattito interno sullo ius soli e sulle diarie dei parlamentari, prima crisi di un partito diviso a metà, a Santi Apostoli, a Roma, in una piazza strapiena, la nuova sinistra nasceva per davvero. A battezzarla, Nichi Vendola e Stefano Rodotà. Più tutti coloro i quali, ex militanti del Pd, si sono sentiti traditi dall’accordo del proprio partito sulle larghe intese. Insomma, la tempesta perfetta  di ieri ha provocato uno tsunami. E da domani la politica italiana non sarà più la stessa.