BENI COMUNI: IL RILANCIO DEL PIL

Vanni Salvemini

DI VANNI SALVEMINI

La cultura, la conoscenza, la ricerca e perfino l’acqua vengono valutate in base alla capacità di favorire la crescita del Pil. Sono risorse da sfruttare, in un sistema che vuole imporre un prezzo alla stessa vita. L’Europa, dominata dalla speculazione finanziaria, è un continente lanciato verso il baratro cui si chiede solo di aumentare la velocità. L’avidità di mercati sempre più nervosi impone ai governi misure draconiane e inefficaci. Il Fondo monetario recita un sorprendente «mea culpa» nell’indifferenza generale. «Per questo torniamo a Terra Futura», dice Andrea Baranes, il presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, che organizza e promuove la decima edizione della manifestazione fiorentina alla Fortezza da Basso. Per cambiare radicalmente rotta, spiega, dobbiamo avere una visione sistemica e mettere in rete le molte esperienze di produzione, consumo, commercio, lavoro e risparmio diversi che già esistono.

Recuperare i beni comuni. L’emergere del dibattito sui beni comuni, termine spesso abusato, ultimamente, segnala un rinnovato interesse per processi che partono dal basso. Le recenti occupazioni di teatri in Italia, a partire dal Valle di Roma, sono la miglior risposta possibile al vergognoso stato delle politiche culturali in Italia. La cultura è vista solo come una risorsa economica da sfruttare o «valorizzare», seguendo alla lettera la dottrina neoliberista: il prezzo è l’unico indicatore del valore di un bene o di un servizio. La cultura, come l’istruzione, l’acqua o la ricerca, viene valutata in base al Pil che riesce a produrre. Contro questo approccio, che vuole imporre un prezzo alla stessa vita, le soluzioni sono molteplici. Negli ultimi anni si sono sviluppate moltissime esperienze di «altra economia». Dal commercio equo ai Gruppi di acquisto solidale, dal turismo responsabile al software libero, dalla finanza etica ai consumi a chilometro zero, ecc. La sfida è adesso quella di fare rete tra queste e altre esperienze, di avere una visione sistemica e di mettere in campo le conoscenze e l’impegno per tradurre quelle esperienze in modelli diversi di produzione, consumo, commercio, lavoro, risparmio. Servono modelli fondati sulla partecipazione e sulla consapevolezza da parte delle persone di poter essere protagoniste del cambiamento da realizzare.

Un grande laboratorio e una vera sperimentazione per immaginare e costruire insieme la nostra terra futura.