IO IL CASO ENZO TORTORA L’HO SEGUITO PASSO PASSO E VI DICO CHE….

Giuliano Gallo

DI GIULIANO GALLO

Mi è capitato in sorte di seguire entrambi i processi fatti ad Enzo Tortora. Non mi ero perso nemmeno un’udienza, e il giornale per il quale lavoravo dedicava ogni giorno un’intera pagina alle udienze. Erano giorni amari, aspri, di contrapposizioni anche dure fra “innocentisti” e “colpevolisti”. Ma erano anche giorni di violenza: nell’enorme aula bunker di Poggioreale centinaia di detenuti urlavano, sbraitavano, si lanciavano da una gabbia all’altra promesse di morte e sberleffi sguaiati. C’era la gabbia dei “killer delle carceri”, quella degli improbabili pentiti, le tante altre dei killer a contratto, quelle dei manovali.
E poi, in mezzo a questa specie di circo dell’orrore, grottesco e amaro, c’era Enzo Tortora, seduto in mezzo ai suoi avvocati Alberto Dall’Ora, gigante del Foro milanese, e Raffaele Della Valle, giovane e combattivo. Sembravano capitati lì per sbaglio. Tortora, nonostante il caldo infernale, non si toglieva mai la giacca. Non alzava mai la voce, non faceva gesti di nessun genere. Se un giornalista, e molti lui sapeva essergli ostili, gli si avvicinava, lui rispondeva sempre con garbo. Anche alle domande sgradevoli. Della Valle aveva una conoscenza profonda del processo, e sapeva metterne in luce tutti gli angoli bui, tutte le incongruenze. Che erano molte. Tortora non aveva saltato mai un’udieza, nè durante il primo, nè durante il secondo processo. Eletto deputato radicale, aveva scelto di rinunciare all’immunità parlamentare, scegliendo gli arresti domiciliari, e si era messo a lavorare seriamente a favore dei detenuti meno famosi di lui, stritolati da una macchina giudiziaria a volte priva di logica, sicuramente priva di pietà.
Alla fine si era ammalato di cancro ed era morto. Troppo dolore, troppa fatica per reggere una vicenda così.
Adesso vedo questo uomo, dipinto come una terracotta, con i capelli catramati, le scarpe con i tacchi per illudersi di essere più alto. Uno che ha fatto sottrarre con l’inganno una villa piena di quadri fiamminghi ad una ragazzina di 17 anni il cui padre si era appena ucciso. Una che ha intimorito, ricattato, evaso il fisco, sedotto a suon di milioni spregiudicate minorenni, uno che da vent’anni calpesta leggi e persone, lo vedo sbraitare da una piazza e osare paragonarsi ad Enzo Tortora. Poi leggo che il 32 per cento degli italiani sta ancora con lui, gli crede ancora, dopo vent’anni. E allora penso che davvero non c’è più speranza per questo paese.