UN DDL CHE ELIMINA I MOVIMENTI POLITICI.

Mario Vacirca

DI MARIO VACIRCA

Oggi tutta la stampa sembra concentrata sulla proposta di legge a firma, tra gli altri, dei Senatori Finocchiaro e Zanda, con cui si vorrebbe limitare l’accesso alle competizioni politiche per i movimenti. Il DDL in parola, effettivamente presentato, porta il numero 260, del Senato, e come correttamente riportato dalla stampa prevede per i soli partiti, strutturati in certo modo ben descritto nel disegno di legge, la partecipazione alle competizioni elettorali, oltre tutta un’altra serie di misure.

 

In particolare l’art. 6, comma 1, prevede che solo i partiti con personalità giuridica ed il cui statuto sia stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale possano partecipare alle competizioni elettorali. La norma, a prima vista, sembra davvero rivolta ad impedire al Movimento di Grillo la partecipazione alle prossime elezioni. Ma questa lettura è del tutto riduttiva. In realtà, pur con un minimo snaturamento del Movimento, il tempo impiegato per acquisire i requisiti richiesti, sarebbe davvero minimo; dunque leggere il DDL come norma anti-5 stelle è davvero ridicolo. Senza considerare che questa parte della norma è ad ampio rischio di incostituzionalità.

 

Più interessante è invece il secondo comma dello stesso articolato, dove si prevede che solo i partiti che rispettano i requisiti di democrazia interna e di trasparenza possano accedere ai rimborsi elettorali o a qualunque altra forma di finanziamento pubblico.

 

Il testo sembra più indirizzato ad evitare che il Movimento, se un domani cambiasse idea circa il finanziamento pubblico, possa accedere a queste forme di sovvenzionamento, che non ad impedirgli di partecipare alle elezioni.

 

Invece risultano più interessanti altri due progetti di legge, presentati dai medesimi firmatari, oltre che da altri senatori.

 

Il primo, il numero 261, mette mano alla materia dell’autorizzazione all’arresto dei parlamentari, o alla perquisizione degli stessi, o alle intercettazioni.

 

Il meccanismo è noto, perché si possa procede ad uno qualunque degli atti appena cennati è necessaria l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Bene secondo questo progetto di legge, che modificherebbe l’art. 68 Cost., tale autorizzazione passerebbe ad una speciale sezione della Corte Costituzionale.

 

Nella relazione di accompagnamento del DDL, si motiva questa scelta col fine di sottrarre a logiche meramente politiche la decisione su queste materie.

 

Un dubbio rimane. Se l’istituto dell’autorizzazione è basato sulla libertà parlamentare, e dunque serve ad evitare che un membro delle Camere possa subire una persecuzione da parte della magistratura, perché la Corte Costituzionale dovrebbe essere in grado di tutelare gli eletti, meglio di quanto non facciano essi stessi? L’impressione è che sia solo un’escamotage per evitare critiche contro i ripetuti dinieghi posti all’Autorità Giudiziaria, nei casi in cui siano state chieste le autorizzazioni suddette. E poi perché la Consulta? Forse perché organo più vicino alla politica? Tanto che è previsto che questa sezione rispetti le proporzioni di composizione del plenum, dunque due giudici, su sei, sarebbero eletti dalle Camere, altri due dal Presidente della Repubblica, dunque soggetti legati alla politica. Perché non prevedere invece una speciale sezione della Cassazione, organo indipendente?

 

Ribadiamo sembra più una scelta per allontanare le polemiche sulle scelte parlamentari, che altro. Se proprio vogliono mettere mano alla materia, perché non aboliscono l’istituto dell’autorizzazione tout court?

 

Altro disegno di legge che sembra avere la medesima finalità è il numero 67. Questa proposta modificherebbe, invece, l’art 66 della Costituzione, in base al quale sui titoli di ammissioni dei componenti delle Camere giudica ciascun ramo del Parlamento. Secondo la proposta tale verifica sarebbe demandata, nuovamente, alla Consulta.

 

In pratica le Camere si priverebbero di un ulteriore compito, che spesso ha causato polemiche, vedi la famosa ineleggibilità del Cavaliere, per mettere tutto in mano ai giudici della Corte Costituzionale.

 

Ancora una volta sembra una scelta che mira più ad allontanare possibili critiche, o, peggio, possibili voti spiacevoli, che creare una regolamentazione logica.

 

Infatti ancora una volta il dubbio è che si sia voluto scegliere un’organo che non è del tutto slegato dal logiche politiche, e che è comunque deputato ad altri compiti, piuttosto che imboccare la strada di un controllo eseguito da soggetti che naturalmente sembrano destinati a ciò; in questo caso se si fosse voluto scegliere l’organo più adatto, si sarebbe dovuto pensare al Consiglio di Stato. Ma anche il Consiglio di Stato è organo indipendente, in quanto composto da magistrati.

 

In conclusione, i due DDL, pur basandosi su problematiche reali e concrete, e prevedendo un’idea di fondo condivisibile, cioè sottrarre alcuni poteri alle Camere e relegarli al potere giudiziario, con la scelta della Consulta, piuttosto che altri organi, prettamente giudiziari, danno adito a molti dubbi. Dubbi che si annidano in una scelta che poteva essere di massima indipendenza, ed invece è caduta su un organo che, in qualche modo, alla politica è legato a doppio filo.

 

Ciò che emerge, comunque, da queste due proposte è il segno della debolezza della politica, incapace di gestire i propri poteri, tutte le volte in cui essi attengono a prerogative dei Parlamentari. In questi anni, tale è stato l’uso distorto di tali poteri, tale è stata la mancanza di credibilità nelle scelte, che oggi si preferisce spogliarsene, piuttosto che subire ulteriori critiche. Se, di contro, avessero agito in maniera etica, se non avessero fatto abuso e scempio delle prerogative, oggi tali progetti sarebbero inutili.

 

Ma questo è segno della debolezza che affligge oggi la nostra classe politica, che ha quasi completamente perso ogni credibilità e prestigio.