LEZIONI DI CINEMA. TRA GARRONE E MEZZAPESA TRIONFA IL VINTAGE.

Mattia Betti

DI MATTIA BETTI

La postmodernità ha sancito la fine delle grandi narrazioni; il post-strutturalismo ha ricondotto qualsiasi lettura a un’interpretazione; ora siamo giunti nell’era del Nuovo Realismo in cui si vorrebbe riabilitare l’affermazione filosofica della Verità insieme a una concezione essenzialista (un concetto è valido se è “ontologicamente” vero) contro il moderno convenzionalismo (un concetto è valido se è “utile” entro una qualsiasi forma di comunità). Pur tuttavia una rappresentazione univoca della realtà sembra lontana, e per certi versi si potrebbe temere che deragli verso prospettive totalitarie. Ma qualcuno dirà: è lo spirito dei tempi, e non mancano esperimenti letterari che si siano ispirati al nuovo principio (la nuova letteratura americana, ma anche libri che mescolano realtà e finzione, inchiesta e narrativa e che pur tuttavia non possono sfuggire da un costrutto psicologico e culturale di partenza). Ora nel bel mezzo di queste due correnti, si situa come una sorta di ponte o forma regressiva una nuova categoria del gusto che nella moda ha avuto la sua più ampia consacrazione, ovvero quella del Vintage. Perché il Vintage? Perché di fatto questi prodotti non fanno altro che rilanciare un gusto crepuscolare riabilitato dall’uso di nuovi materiali accentuandone forme e colori. Le persone che lavorano nel campo della moda mi dicono: “Siamo andati talmente avanti che adesso non possiamo fare altro che tornare indietro”; ecco dunque una sorta di rinnovamento delle “buone cose di pessimo gusto” che di buono ormai hanno ben poco, avendo assunto una fastidiosa eccentricità. Ma l’estetica Vintage ha naturalmente anche una dimensione meta-comunicativa, ed è per l’appunto in questo senso che viene utilizzata anche da autori cinematografici con finalità di volta in volta differenti. Nella fattispecie vorrei concentrarmi sulle opere di due registi radicalmente diversi – Matteo Garrone e Pippo Mezzapesa – cercando di ricondurre alcune loro scelte estetiche ai significati e alle atmosfere che intendevano associarvi. Prendo il caso dell’incipit di Gomorra, ovvero la scena nel solarium. I colori sono sparati e i volti dei protagonisti sembrano rinviare più a marziani appena scesi sulla Terra che non a normali esseri umani. Di fatto il taglio delle inquadrature e il contesto finiscono per accentuare i tratti diabolici delle figure che la regressione narcisistica tramuta in veri e propri assassini. L’esperimento viene poi ripetuto in Reality, ma Garrone qui ne riattualizza i termini insistendo sulle aspirazioni  elementari del protagonista: la partecipazione al “Grande Fratello” e il successo televisivo, un vero e proprio sradicamento di un personaggio totalmente sopraffatto dai modelli televisivi. Anche qui una fotografia decisamente Vintage contribuisce a femminilizzare i tratti del protagonista, che ritroviamo nel bel mezzo di un centro commerciale, in attesa di essere provinato. Quel che sorprende qui però è la descrizione di un tipico non-luogo della postmodernità, il centro commerciale di cui viene restituito tutto il suo stordito anonimato attraverso la continua musica in filodiffusione, le luci delle vetrine, l’ottundimento derivante dall’esasperazione degli stimoli sensoriali, l’uso della macchina a mano. Al contesto poi si adeguano le maschere scelte da Garrone per gli interpreti e le comparse. Di questi personaggi l’autore romano sottolinea l’attenzione estetica  eccessiva e crepuscolare che  vorrebbe stare al passo con la moda, in linea con certa estetica televisiva, ma che infine si rivela soltanto ridondante e barocca. Ma veniamo a Mezzapesa. Sia in alcuni suoi fortunati cortometraggi, sia ne “Il paese delle spose infelici” il taglio fotografico si muove tra accenni di realismo e l’uso consapevole di un’illuminazione che mira ad accentuare i tratti dei protagonisti. Storia che rielabora la scoperta della propria sessualità e della diversità, “Il paese delle spose infelici” racconta lo strano triangolo tra una giovane donna in età di matrimonio e due ragazzini alle prese con le pulsioni della pubertà. L’ambiguità dei rapporti tra i personaggi è il centro del racconto che viene narrato attraverso ipnotici movimenti di camera e un largo uso di musica indie il cui obiettivo è quello di rendere contemporanea la rappresentazione della provincia pugliese restituendone d’altra parte anche il retroterra e il gap culturale. Il risultato è una rappresentazione – questa sì, decisamente Vintage – che appare tanto più manifesta anche laddove si vuole sottolineare più che il dato narcisistico quello competitivo e agonistico. In questo senso, dunque, il film di Mezzapesa tende a porre nei confronti della provincia pugliese una critica che si esprime più nella forma che nella storia narrata. Così se in entrambi i film il tema al centro della narrazione è la perdita e la ricerca dell’identità attraverso differenti vie, ovvero la rappresentazione di identità liminari e rapporti palesemente ambigui, tornando al discorso iniziale si potrebbe concludere che il Vintage corrisponde proprio a quel ripiegamento dell’uomo contemporaneo all’indomani della rivoluzione femminista e degli anni della liberazione sessuale. D’altra parte, l’incalzante Nuovo Realismo sembra invece tornare su quelle stesse battaglie e sui movimenti che hanno scosso il mondo dagli anni sessanta in poi per opporvi un atteggiamento fortemente critico, dichiarandosi a favore di un evoluzionismo psicologico che ristabilisca i termini identitari, e lasciando il Vintage e le sue connotazioni al pubblico di quello stesso infotainment televisivo che ha raccolto intorno a sé un gran numero di consensi, ma che ha finito per deludere i suoi consumatori disattendendo una promessa implicita: ovvero che la realtà avrebbe ben presto preso le sembianze di certi studi televisivi, eludendo bellamente le grandi questioni della modernità.