LA STORIA AI NOSTRI PIEDI. IL CASTELLO DI ACI.

Mario Vacirca

DI MARIO VACIRCA

 

 

 

Costeggiando la riviera jonica, da Taormina verso Catania, ad un certo punto vi capiterà di notare un’immensa roccia di origine vulcanica, impossibile sbagliarsi dato il tipico colore nero, sulla cui sommità scorgerete i resti di un antico castello. Avrete avvistato il Castello di Aci, da cui il nome del Comune di Acicastello, la fortezza più importante di tutta la costiera dei Ciclopi – nome che non dovrebbe stupirvi, dato che avete appena oltrepassato i famosi sassi lanciati da Polifemo ad Ulisse.

 

Il castello di Aci è un coacervo di storia e leggenda. Alcuni degli accadimenti più importanti della storia della Sicilia hanno come centro questo incredibile luogo che si è meritato l’onore di essere protagonista anche di una novella verghiana.

 

A prima vista, ciò che colpisce è il fatto di essere stato edificato sopra questo enorme sasso e, guardando da vicino, il suo essere un tutt’uno con la roccia; in certi punti è impossibile capire dove inizi l’opera dell’uomo e finisca quella della natura.

 

Oggi è sede del museo civico ed una delle salette visitabili è stata adibita ad una piccola mostra permanente, 4 opere, del pittore catanese Jean Calogero.

 

 

Non si hanno notizie storiche certe sulla prima costruzione del Castello. Sicuramente nel tratto di mare antistante, fondamentale perché crocevia delle rotte verso Taormina e Messina, sono stati trovati resti che fanno immaginare che il primo insediamento debba risalire ai Greci; tra l’altro, Diodoro Siculo narra di una famosa battaglia navale, combattuta proprio in queste acque. Ed anche i resti, oggi esposti nel museo, tra cui le stupende anfore romane (ancora intatte), fanno presumere che sin dal tempo dei greci questa roccia, allora separata dalla terraferma, fosse luogo di insediamento.

 

Purtroppo le notizie certe non vi sono perché, nel 902, l’emiro Ibrahim, dopo aver conquistato Taormina, distrusse la rupe; gli abitanti del paese preferirono arrendersi ed infatti furono risparmiati, come le loro case, ma la fortificazione fu distrutta, segno evidente della sua importanza strategica. Ed infatti, forse conscio dell’errore del suo predecessore, nel 909 il califfo ’al-Mooz fece riedificare una fortificazione su quella roccia.

 

Ma la costruzione che ancora oggi possiamo ammirare, almeno nei resti, si deve datare con l’arrivo dei normanni, Roberto il Guiscardo e Ruggero d’Altavilla. Con la creazione del sistema feudale, il castello e tutto il territorio circostante, furono concessi al Vescovo di Catania, Angerio di S.Eufemia. Ma sarà un altro Vescovo, Maurizio di Catania, che sarà protagonista di una delle vicende più care ai catanesi, che si verificarono sotto le mura del (o meglio alla base della roccia su cui sorge il) castello. il 17 Agosto 1126, infatti, proprio in questo luogo furono ricevute le spoglie di Sant’Agata, sottratte a Costantinopoli dai cavalieri Goselmo e Gisliberto; ma questa è un’altra storia che racconteremo.

 

Dicevamo prima che a quell’epoca la roccia su cui sorge il castello era separata dalla terraferma, mentre oggi è unita al paese. La modifica paesaggistica si ebbe con l’eruzione, una delle più tremende che si ricordi, del 1169. In quell’occasione la lava arrivò fino al villaggio e colmò la distanza tra la rupe e la terra.

 

Il potere dei Vescovi sul castello finirà solo nel 1239, con Federico II. Anche se durante il periodo angioino, per breve tempo, il castello tornò in mano ai vescovi, almeno fino ad uno degli avvenimenti più importanti della storia siciliana, la rivolta dei Vespri.

 

E durante quel periodo storico il castello fu oggetto di molti avvenimenti. Federico III d’Aragona concesse il fondo di Aci ed il castello all’ammiraglio Ruggero di Lauria, togliendolo appunto ai vescovi catanesi. Ma si sa che la riconoscenza non è la virtù principale dell’uomo e così Ruggero passò dalla parte degli Angioini di Napoli. La vendetta di Federico non tardò ad arrivare ed egli fece espugnare il castello. Spettacolare, ad immaginarlo, il modo con cui riuscì nell’impresa; fece, infatti, costruire una torre mobile, chiamata cicogna, alta quanto la rupe (oltre 30 metri, dunque), con alla sommità un ponte con cui superare le mura del maniero.

Nel 1320 Federico cedeva castello e territorio a Blasco II d’Alagona a cui successe, poi, il figlio Artale I. Ma sei anni dopo, le truppe degli angioini, comandate da Beltrand de Boiax, saccheggiarono il castello.

 

Ma tutto il XIV secolo non fu un periodo sereno per questa zona. Infatti nel 1329 ci fu una nuova, tremenda, eruzione dell’Etna che investì il versante est del vulcano; dalla ricostruzione susseguente furono gettate le basi per la fondazione di Aquilia Nuova, l’odierna Acireale, il centro più importante dell’attuale riviera dei Ciclopi.

 

Ma come se non fosse bastata la natura, vi erano sempre gli Angioini che davano battaglia. Il castello fu attaccato ed espugnato, una prima volta nel ’54, dal maresciallo Accioli. Questi tornò ad assediare il castello anche due anni dopo, sempre su ordine di Ludovico d’Angiò, stavolta dietro richiesta del governatore di Messina Niccolò Cesareo. In questa seconda occasione, Accioli, forte di ben cinque galee angioine, dopo aver saccheggiato la zona di Aci, proseguì verso Catania; ma Artale riuscì a respingere l’attacco a Catania e contrattaccò sul mare, battendo gli Angioni in quello che venne chiamato “lo scacco di Ognina” e che segnò definitivamente, in favore degli Aragonesi, la rivolta del Vespro.

 

Ma se i pericoli non venivano più dai rivali Angioini, gli Aragonesi non poterono certo starsene tranquilli. Infatti Artale II si rivoltò contro il Re Martino il Giovane, durante la rivolta anti-aragonese, asserragliandosi  nel Castello che però, alla fine, il re riuscì ad espugnare. Alla fine del secolo, Martino elesse il Castello come sua dimora.

 

Ma ciò non significò la tranquillità per quella zona, troppo importante e ricca, per restare fuori dalle mire dei vari signori e baroni. Così nel 1421 il vicerè di Sicilia, Ferdinando Velasquez, acquistò il territorio del Castello, creando un nuovo feudo, con grandissimo malcontento popolare. Dopo una serie infinita di nuovi padroni, i Platamone, i Moncada, i Requisens ed i Mastrantonio, gli abitanti pagarono l’imperatore Carlo V, affinché il territorio entrasse a far parte del demanio regio.

 

Nel XVI secolo il castello diventerà prima caserma e poi carcere, e fu dotato di nuova artiglieria; il cannone ancora presente sulla terrazza è probabilmente risalente a quel periodo. Ma alla fine del secolo subirà i danni del disastroso terremoto del 1693, che provocherà danni ingenti  alla costruzione, sebbene riparati dall’allora proprietario, il Duca di Massa. In questo periodo poche sono le notizie storiche. Nel 1818 un nuovo terremoto provocherà danni tali da renderlo non più utilizzabile, neanche come prigione.

 

Nel XX secolo il castello venne usato come deposito di masserizie e durante la seconda guerra mondiale una grotta della rupe sarà utilizzata come rifugio antiaereo. Dopo la guerra, alla fine degli anni ’60, si iniziò un primo restauro, fino alla metà degli anni ’80 in cui fu inaugurato il Museo Civico, oggi visitabile.

 

Queste, in breve, le notizie storiche sul castello. Ma ogni castello che si rispetti deve avere il suo alone di mistero e di leggende.

 

Una prima leggenda risale al XVIII secolo, quando il castello era di proprietà dei Duca di Massa. Si narra che un giorno un cacciatore, avvicinatosi troppo, uccise per sbaglio una gazza di proprietà del governatore del castello, che, uomo crudelissimo, lo rinchiuse nelle carceri. Dopo ben 13 anni, sapendo che il Duca avrebbe visitato il maniero, compose in suo onore un canto, che fu da questi udito, e conosciuta la storia dell’uomo, lo rimise subito in libertà.

 

Ma può esistere un castello senza fantasmi? Certo che no; ed infatti si narra, ai nostri giorni, che due impiegate comunali, attardate nel ripulire i luoghi dopo una manifestazione, sentirono rumore di catene, rumore sempre più forte e più vicino. Chiaramente scapparono nella piazza e lì si calmarono, dunque nessun avvistamento vi fu. Ma queste storie hanno stuzzicato la curiosità di esperti di paranormale, che hanno fatto un sopraluogo, con le loro attrezzature, nelle sale in cui si sarebbero verificate le apparizioni. Qui, i risultati delle loro ricerche, per chiunque credesse al paranormale.

 

Va bene, posso capire il vostro scetticismo nel sentire storie di fantasmi. E mi rendo conto che la parola di due impiegate comunali, stravolte dalla fatica di fine giornata, e per di più nell’afa siciliana, capace di far vedere ciò che non esiste, non sono una prova credibile dell’esistenza dei fantasmi. Però vi chiedo un po’ di pazienza. Se non volete credere a due impressionabili signore, vi chiedo di dare un minimo di credito a Verga. La raccolta di novelle intitolata Primavera si chiude con il racconto “Le storie del castello di Trezza”. Permettetemi di fare un veloce riassunto della novella, e poi giudicherete.

 

Nell’800 tra le rovine del castello la signora Matilda, sposa del signor Giordano, rimaneva affascinata dalle storie sul castello narratele dal signor Luciano. Era evidente a tutti, e forse anche al marito, che tra i due vi fosse una simpatia. Ma pazienza, son cose che capitano tra amici che frequentano la stessa compagnia. Una sera, durante una festa, la signora Matilde uscì dalla sala, per prendere un po’ di fresco, e lì fu raggiunta da Luciano, che le narrò la storia del fantasma del castello. Secondo la leggenda, raccontata da Luciano, Donna Isabella, seconda moglie del signore del castello Don Garzia d’Arvelo, donna forte e risoluta, dopo la prima notte di nozze, passata nella stanza del maniero, chiese alla sua cameriera, Grazia, come mai non avesse sentito rumori di fantasmi. La ragazza le disse che forse il cappellano aveva benedetto bene la stanza. Ma Donna Isabella voleva sapere le storie che si narravano. La cameriera, praticamente costretta, Don Garzia non voleva che si raccontassero queste voci, alla fine le disse che spesso la notte si sentivano strani rumori, e che uno degli sgherri del Barone, il Rosso, una notte aveva provato a colpire il fantasma – in effetti c’era un fantasma che faceva rumori strani passata la mezzanotte – con la spada, ottenendone in cambio solo che la stessa si rompesse in mille pezzi, come se avesse colpito una pietra. Chiaramente Donna Isabella, dalla notte successiva, non riuscì più a riposare. Dormiva in un maniero infestato dal fantasma, si diceva, della prima moglie del Barone, Donna Violante; e per di più dove era anche sparito Corrado, il paggio della stessa. Il Barone alla fine seppe delle voci, e si arrabbiò non poco, ma una notte fu svegliato da sua moglie, ed in effetti anche lui udì qualcosa di strano. La notte successiva preparò una trappola per il fantasma, con l’aiuto del Rosso, che presidiava una sala, e del suo guardiacaccia, Bruno, che proteggeva il corridoio davanti la camera da letto. Ad un certo punto della notte si cominciarono a sentire rumori strani e voci, e la porta della camera da letto e della finestra si spalancarono, come per un colpo di vento fortissimo, ed una cosa bianca passo nella stanza, uscendone dalla finestra. Anche il Barone ne rimase sconvolto, e decise di andare più a fondo nella cosa. Così rimase per tre notti di guardia nella sala, finchè al quarto appostamento si vide davanti un essere bianco, che lo fissava. Da uomo intrepido, era un ex soldato di ventura, tirò un gran fendente con la sua spada, e cominciò a fare voci, svegliando tutto il castello. Appena arrivò il Bruno con la luce, per terra, vicino al camino, c’era Donna Violante in una pozza di sangue.

Questa la storia che Luciano narrò a Donna Matilda. Ma la stessa non poté saperne di più. Da un giorno all’altro, probabilmente perché il marito aveva infine capito, la stessa non frequentò più la comitiva, né il Paese.

Passati alcuni mesi, Donna Matilda tornò alla vecchia comitiva, e subito la passione tra lei e Luciano si riaccese, ed, una sera, la stessa confessò al suo amore che temeva per la propria vita, per mano del marito.

Dopo qualche tempo la comitiva si ritrovò a fare una scampagnata sulle rovine del castello, ed in quella occasione, poiché vi erano persone nuove ed ignare della leggenda, qualcuno raccontò la prima parte della storia, quella della prima moglie di Don Garzia. Il Barone era diventato tale a cinquant’anni suonati, e per puro caso. Ma era tenuto il gran conto dal Re in persona, che una volta invitandolo alla sua tavola, gli disse che era il momento che prendesse moglie. E la scelta, del Re, cadde su una vergine di nobili origini, appunto Donna Violante, che si trovava in un convento ad attendere il marito. Non potevano esserci due persone più distanti, lei nobile, delicata, allevata nel lusso per essere una buona moglie, lui rozzo, impavido, terribile nella collera. Il matrimonio non poteva andare bene, ed infatti mentre la moglie sfioriva sola nel castello, lui si sollazzava nei suoi giochi, nelle cacce, e con la Mena, la mugnaia di Capo dei Mulini. Violante sopportava e soffriva, ma una sera, in cui il Barone non tornava, e lei si trovava sola con Corrado, il bel paggio biondo e delicato, successe ciò che era inevitabile accadesse, e non avrebbe dovuto. Ma lei stessa, il giorno dopo, mise la pulce nell’orecchio del Barone, il quale pur consapevole che nulla di simile sarebbe potuto accadere, la sicurezza del signore (ahi lui!), decise di licenziare il paggio, dandogli termine entro la sera per sparire dal castello. Ma quel poverino si era innamorato della dama, e cercò per tutto il giorno di incontrarla, senza riuscirvi. Allora decise di non partire, e la sera, mentre Don Garzia e Donna Violante cenavano, si affacciò alla finestra della camera. Lei lo vide, e sussultò. Finita la cena, mentre il marito faceva la ronda per il suo castello, lei si affacciò e gli disse di andar via, ma lui temendo per la vita della sua amata, decise di rimanere per proteggerla, a costo della vita. Ma sentirono il Barone che tornava, e lui scappò via sul ballatoio. Il Barone lo inseguì, anche se non si sa se lo avesse visto o meno, rimane il fatto che di Corrado non si seppe più nulla. Ma Donna Isabella passò una notte d’inferno, a fianco del marito che dormiva russando, ed alla fine non riuscì più a resistere, per amore o per rimorso, si alzò, corse lungo il ballatoio e sparì. Si ritrovò solamente il suo fazzoletto bianco.

Mentre venivano raccontate queste storie, Matilde e Luciano spesso trasalivano, quasi rivivendo la loro storia. Alla fine della scampagnata, dovendo uscire dal castello, erano costretti a superare un ponte di legno molto stretto. Passò per primo il signor Giordano, dopo di lui veniva Matilda che per superare il passaggio prese la mano di Luciano. Mentre i due attraversavano il passaggio, stretto e pericoloso, Giordano, improvvisamente, si girò verso di loro e la chiamò per nome. Matilda cadde nel vuoto, e con lei Luciano, con un grido fortissimo. E da allora “A Trezza si dice che nelle notti di temporale si odano di nuovo dei gemiti, e si vedano dei fantasmi fra le rovine del castello”.

 

Questa la novella, questa la storia dei fantasmi, secondo Verga. Avete ancora il sorriso di superiorità, la superiorità del razionalista indefesso, sulla bocca? Non credete neanche al grande romanziere? Allora mancate di romanticismo.

Eppure se vi capiterà di entrare a visitare il castello, se andrete ai piedi della rocca a prendervi il sole o a farvi il bagno, alzateli gli occhi, e provate a vedere se riuscirete a scorgere Matilda o Luciano, Violante o Corrado, o magari Artale o qualche saraceno. E se passerete sotto la galleria, affianco all’entrata della sala del museo, state attenti, che non si presenti davanti a voi un fantasma bianco e terribile; sappiate che è una donna innamorata e uccisa dal marito. E non riesco ad immaginare nulla di più terribile, neanche una battaglia tra angioini ed aragonesi.

Foto