STRAGE DI WESTGATE, IL CHIAROSCURO DEL KENIA

DI ISADORA BILANCINO

 

Testimonianza a distanza di un’ex volontaria delle Nazioni Unite, che sorseggiava caffè a Westgate sino a qualche mese fa.

 

Quindici minuti in macchina per giungere al centro commerciale Westgate dal complesso delle Nazioni Unite tra i più grandi del sud del mondo, dove lavorano circa 4000 persone, nella capitale del Kenya, Nairobi. Quindici minuti in macchina per andare a fare la spesa da uno dei supermercati meglio riforniti della città: il Nakumatt Westgate, dove si possono comprare formaggi italiani e salse solubili indiane per fare il curry. Quindici minuti per andare a sorseggiare un buon espresso nella caffetteria stile europeo appartenente ad una catena  israeliana, Artcafè: croissant alla francese, un cappuccino fatto come si deve e persino un piatto di spaghetti alla carbonara per pranzo, accompagnato da un vino spagnolo. Quindici minuti per andare a mangiare un po’ di sushi il giovedì sera e poi ballare la salsa con musica dal vivo a Onami. Quindici minuti per andare a vedere il cinema al multisala all’ultimo piano.

 

Tutto questo e molto altro conteneva il Westgate, uno dei centri commerciali più visitati di Nairobi, dove la classe media keniota ed i diplomatici stranieri spendono i loro soldi il fine settimana. Sulla strada di fianco, venditori ambulanti di quadri, specchi, fiori e cuccioli di cane. All’entrata del centro commerciale due guardie controllano ogni persona che varca la soglia, con quegli attrezzi che segnalano il metallo e una veloce perquisizione, con un po’ meno attenzione se il colore della pelle è bianco. Quante volte, entrando in quel supermercato insieme ai miei amici, abbiamo commentato come sarebbe facile per un bianco entrare armato in qualsiasi centro commerciale della città e fare strage. Le misure di sicurezza qua si applicano in maniera diversa a seconda del colore della pelle, e i “muzungu” (così sono chiamati amichevolmente i “non-neri”) sbuffano sempre un po’ quando entrano di corsa al supermercato e si devono fermare ad aprire le borse davanti alle guardie. Sbuffavo anche io, pensando all’assurdità dell’ipotesi che il mio bel visino innocente potesse essere sospettato di “terrorismo”, che si potesse anche solo prendere in considerazione la possibilità che nascondessi un’arma o un detonatore nelle buste di stoffa che portavo vuote al supermercato per non farmi dare quelle di plastica alla cassa. Mi sentivo offesa, sostanzialmente, di poter essere associata ad una persona capace di uccidere.

 

Quando è uscita la notizia dell’attacco, qualcuno ha detto che i membri di Al-Shabab erano entrati nel centro commerciale da un terrazzo. Ho immediatamente pensato al terrazzo dell’Artcafè che si affaccia sul parcheggio davanti a Westgate. Quante volte abbiamo commentato insieme ai miei amici che quel terrazzo era poco sicuro, e che se qualcuno avesse voluto far esplodere tutto, sarebbe bastato entrare da lì. Quel terrazzo, vetrina dei dollari dei diplomatici e dei cooperanti, affacciato su una strada di venditori ambulanti con cuccioli di cane in mano che bussano ai finestrini dei suv dei benestanti che aspettano in coda.

 

Nairobi è l’emblema delle ingiustizie tra “terzo” e “primo” mondo, delle contraddizioni della cooperazione internazionale e degli aiuti umanitari. Coloro che percepiscono uno stipendio di almeno 9.000 dollari mensili (più “benefits”) e ne pagano 400 ai propri domestici si sentono magnanimi e giustificano l’avere un autista con “almeno sto dando lavoro alle persone del posto”. Un lavoro subordinato, che mette le persone del posto a un livello inferiore, come giardinieri o badanti. E tra loro molti, durante il giorno, sfogliano le scartoffie dei Millenium Development Goals delle Nazioni Unite, dove al primo posto troneggia “lotta alla povertà”.

 

Al-Shabab non ha colpito Kibera, la più grande baraccopoli di Nairobi, dove si stima abitino almeno un milione di persone e una sola bomba poteva fare strage. Al-Shabab ha colpito la classe media e gli stranieri e se volesse continuare a farlo, ci sono tanti altri posti da colpire e l’intero Kenya potrebbe subirne le conseguenze.  Il turismo costituisce una risorsa importante per il paese, che offre molti parchi nazionali per gite in jeep ad adocchiare leoni e spiagge cristalline con palme e scimmie.

 

Le vittime di Westgate sono state meno delle vittime del Tana River di un anno fa, quando in una zona remota del paese nel corso, di qualche mese, più di 150 persone sono state uccise a causa di un conflitto etnico (per farla molto breve, perché si potrebbe aggiungere molto altro). Anche in quell’occasione, era stata evidente l’incapacità delle forze dell’ordine di proteggere i suoi cittadini. Soltanto l’indifferenza mediatica all’evento aveva fatto sì che molte poche persone si accorgessero della gravità degli accadimenti. Adesso, con Westgate, il problema è sotto gli occhi di tutti e interessa tutti: il popolo keniota come l’intera comunità internazionale. Sta a un governo ancora alle prese con un processo presso la Corte Penale Internazionale ristabilire l’ordine, la sicurezza e la credibilità.