LAMPEDUSA. RIPORTARE L’ECONOMIA AL SERVIZIO DELL’UOMO

DI ELENA CLARKE

Lampedusa. Si rimane paralizzati, ammutoliti dall’orrore. Arrivano le immagini, i commenti, le accuse, si cercano responsabilità. Gli scafisti, dicono, l’Europa, aggiungono. Io sento solo dolore. Penso a quanto coraggio, quanta disperazione ci debba volere per salire su quei barconi ammassati come mucche al macello sapendo, sapendo benissimo, di rischiare la propria vita, persino quella dei propri figli, in un viaggio da bestie. Mi viene in mente a quanto siamo già provati dalle nostre vicende nazionali e limitrofe (quando arrivano le immagini della Grecia e si accappona la pelle) e quanti, quanti, quanti orrori del mondo sentiamo più attutiti solo perché non avvengono a ridosso delle nostre coste. E mi sembra che sempre e comunque tutto quello che è illogico e crudele e svilente la dignità dell’essere umano abbia a che fare alla base, all’origine prima, coi soldi. Tutto: dalla fame nel terzo mondo, alle guerre, alla crisi in europa, a quella americana. Mi sembra che al fondo ci sia un unico, gigantesco problema: una cieca adesione ad un sistema economico globale sempre più ingiusto e cinico. La globalizzazione esporta e globalizza fame e povertà, a vantaggio di quei pochissimi che non saranno mai sazi abbastanza. Masse di popolazioni affamate e disperate. E nessuno, tra i grandi sacerdoti del mercato unico, che si svegli e dica: abbiamo sbagliato tutto. La bossi fini, gli scafisti, una nuova legge. Inezie. Come si può pensare di dare soluzioni locali a problemi globali? Forse è arrivato il momento di smetterla di nascondere la polvere sotto al tappeto, perché non ci si riesce più. È necessario che si inizino a teorizzare, con coraggio e nei consessi internazionali, nuovi modelli economici che riportino l’economia a servizio dell’uomo, non il contrario.