A TARANTO IL NUBIFRAGIO HA RIDISEGNATO IL TERRITORIO

DI PATRIZIA LASSANDRO


Pioggia che squarcia la quotidianità e ridisegna i contorni di un territorio: la mia esperienza

Una sera come altre a Ginosa (Taranto), 8 ottobre 2013, erano circa le 19.00, pioveva già da qualche ora, tantissimo. Io ero a casa e osservavo dalla finestra quanto accadeva, il rumore dello scorrere dell’acqua era rimbombante quasi assordante. Ho capito che il sistema di canalizzazione presente sul territorio ormai non conteneva più una simile portata, quindi, mi sono affacciata dal balcone ed ho parlato con i miei vicini di casa. Uno di loro era andato a piedi, fin sull’argine del canale per verificarne il livello, rischiando la vita, pur di salvaguardare la propria famiglia e mi comunicava che ormai il livello dell’acqua era a filo della strada. Passano ancora pochi minuti, vedo l’acqua che tracima, velocemente avanza verso la mia casa con una furia inaudita, sbatte violenta contro un muro di cemento armato realizzato come recinzione per un campo sportivo e si innalza in alto per alcuni metri. Un’acqua nera, colma di tronchi e di detriti di ogni genere. A quel punto penso che forse sarebbe meglio rifugiarsi sul terrazzo, allora guardo meglio, da nord, da un ruscello martoriato nel suo tragitto dall’intervento dell’uomo, con sezioni prima larghe e poi strette ad imbuto, arriva altra acqua, veloce,tantissima, demolisce la mia recinzione di cemento armato, alta circa un metro e mezzo e ne asporta una parte come se fosse “ricotta”, piega i cancelli di ferro zincato alti quasi due metri e li fa finire per strada. La paura è tanta, la struttura dell’edificio resisterà all’azione violenta dell’acqua?  La risposta a questo punto non c’è, per questo decido di prendere il mio fuori strada e di fuggire verso una zona più sicura. Ricordo che senza pensare ho messo in moto e quanto più velocemente possibile mi sono allontanata da lì, senza guardarmi alle spalle, per non vedere, per avere il coraggio di fuggire, in una strada buia,  l’illuminazione era saltata insieme alla corrente elettrica di tutto il quartiere. Diluviava, i tergicristalli a stento riuscivano a ripulire l’acqua, non si vedeva quasi niente, scansavo i tronchi e i pezzi di arredo che venivano trasportati. Ma per fortuna ero salva, ero arrivata nel punto più alto del mio paese. Decido di rifugiarmi in un bar, per non stare sola, scendo dalla macchina, entro dentro e mi accorgo di essere osservata da gente che era lì tranquilla  e che di nulla si era resa conto. Io ero bagnata, portavo delle scarpe aperte che indossavo per comodità in casa e un vestito leggero. Avevo freddo, ma lì era tutto così tranquillo. Allora, trattengo le lacrime e cerco di fare il punto della situazione, provo a telefonare ai miei cari ma dal mio cellulare non c’era ormai più rete. Chiedo gentilmente al proprietario di farmi fare qualche chiamata, spiegando a tutti l’accaduto e lui si presta ad aiutarmi, mi ascolta ma forse non si rende conto di quello che stava veramente accadendo nel paese nelle zone più a valle. Chiamo il 115, i vigili urbani, tutte le linee occupate … poi finalmente il 112 risponde e spiego che non trovavo più i miei familiari che erano usciti di casa con me.  L’operatore mi chiede in che zona abitavo e cosa era successo. Rabbrividì, nel dirgli che ero fuggita da un torrente in piena tracimato e, che avevo perso di vista la macchina dei miei cari. L’operatore fece il suo dovere, prese tutti i dati e si fece promettere da me che non mi sarei mossa di lì e che per nessuna ragione sarei uscita a cercarli, che mi avrebbero fatto sapere loro. A quel punto, la tranquillità di chi mi era accanto, divenne per me all’improvviso incoscienza, inadeguatezza, superficialità e stupidità. Ricordo che mi sono seduta al tavolino da sola e sono scoppiata a piangere, con la testa raccolta tra le mani per non mostrare le mie lacrime,  mentre accanto a me la ragazza che lavorava lì, chiacchierava a voce alta sui suoi capelli, ricordo che diceva che non tanto li piacevano le sue tracce e che doveva presto andare dal parrucchiere. Incredibile, pensavo dentro di me quanta superficialità e banalità, ed a quel punto degli extracomunitari si avvicinano e mi chiedono il motivo per cui io piangevo, se potevano essermi utili, se potevano aiutarmi in qualche modo. Io non potevo crederci! La dove c’è il dolore c’è la comprensione. Gli sorrido e gli spiego l’accaduto e loro si offrono anche di ospitarmi. In quel momento, sia avvicina una persona e mi dice di aver visto i miei familiari, poco distanti dal luogo in cui io mi trovavo. Veloce, corro da loro, li trovo insieme ai miei vicini di casa che però a loro volta non trovavano la loro figlia. Mi spiegano che come me, erano scappati con le macchine, tutti insieme. Decidiamo dopo interminabili minuti di ritornare vicino casa, in quanto il tempo era passato e  l’acqua era quasi defluita. Lo scenario era quello di un film d’orrore in bianco e nero ed ancor peggio fu  vedere arrivare i sommozzatori dei vigili del fuoco e guardarli immergere con grande coraggio nel torrente in piena. Poi la notizia che il corpo della mia vicina di casa era stato ritrovato.
Mi chiedo se ancora oggi nel 2013 si possa morire a causa della pioggia.
Il bilancio ad oggi è di quattro morti; danni alle strutture e alle infrastrutture, all’agricoltura, enormi. Il territorio appare ridisegnato dalle acque, quasi come a volersi riappropriare di quanto tolto. Basterebbe poco per rivedere il sistema di canalizzazione, basterebbe progettare le sezioni per portate d’acqua conseguenti a piogge  di circa 100 mm, che ormai non possono più essere ritenute un evento eccezionale, bisognerebbe rilevare  lungo l’alveo dei torrenti e dei ruscelli la presenza di strutture e verificarne la legittimità con equipe di professionisti qualificati per le opere da eseguirsi. Banale dirlo, non è possibile che non ci siano i fondi per realizzare le opere di messa in sicurezza del territorio.

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