SAVERIO STRATI. UN FIORE ALL’ OCCHIELLO DELLA CALABRIA MIGLIORE.

DI FRANCESCO MARRAPODI

Il Paese di Sant’Agata, rende omaggio al proprio compaesano: lo scrittore Saverio Strati. La manifestazione ha avuto luogo alcuni giorni fa presso il palazzo comunale di Sant’Agata del Bianco (R. C.)

Questa iniziativa – introduce il primo cittadino del piccolo borgo aspromontano, Giuseppe Strangio, – ci racconta in sé la vecchia e la nuova Calabria, con i suoi problemi che stanno sempre lì e mai affrontati. Ci parla della “mala politica”, di mancato sviluppo, di miserie e di emigrazione. Tutti temi che ritroviamo nei libri di Saverio Strati: da “Mani vuote” a “Avventure in città”, da “Noi Lazzaroni”, dal quale è stato tratto uno sceneggiato televisivo, a “Il selvaggio di Santa Venere”, da “La teda”, dal quale è stato tratto il film Terrarossa, a “La conca degli aranci”. L’augurio è che, anche per merito nostro si riesca ad ingenerare l’interesse collettivo, nazionale e non solo, a rileggere le opere di Saverio Strati, necessarie, per meglio conoscere le nostre radici, il nostro passato, le nostre tradizioni, e rafforzare la nostra appartenenza.

Era una cosa che andava fatta. Un’esperienza che, vista nella sua forma più indicativa, valeva la pena di essere vissuta. C’è voluto del tempo, certo, ma alla fine, come spesso accade in questo particolare tipo di cose, è prevalso il principio. Un principio sostenuto da una comunità che si è sentita – specie negli anni di massima attività del narratore – rappresentata “letteralmente” da una voce determinata e suadente come quella dello scrittore neorealista. Saverio Strati è il fiore all’occhiello del paese di Sant’Agata. Egli è riuscito, con l’arte sua della parola, a dare la giusta rappresentazione a un fazzoletto di terra dove usanze, metodi e tradizioni, si perdono in una dimensione che viaggia attraverso i meandri di un mondo ambiguo. Le quasi totalità delle sue opere, infatti, s’immergono in un contesto proletario dalle molteplici forme e dal quale non si esce che sedotti. Il nostro contesto. Quello da cui la maggior parte di noi trae le proprie origini.     I paesaggi, i fatti, i personaggi, le storielle, gli aneddoti, raffigurati dallo scrittore, non sono che il fulcro delle più mere realtà. Realtà che mozzano il fiato, che toccano il cuore della narrativa popolare, quella, appunto, che  emerge dai semprevivi focolari domestici.     E’ di Calabria che stiamo parlando. Di una Calabria Ionica. Una Ionica, ancor quando avviluppata dentro una matassa di scarso interesse culturale, che ha bisogno di ritrovare, nella cultura stessa, una qualche forma di riscatto. Ha bisogno di ritrovare l’orgoglio di se stessa. Un orgoglio diretto, appunto, alla cultura locale, attraverso il più stretto riguardo per i propri personaggi illustri. Un orgoglio che va ricercato nel cuore di una civiltà antica come il tempo. La nostra. La cultura di un popolo paradossalmente schiavo di se stesso, delle proprie frustrazioni, delle proprie privazioni, del proprio senso di appartenenza e convinzioni. Un tesoro racchiuso nello scrigno delle conoscenze di certi paeselli aspromontani, come quello che ha dato i natali allo scrittore. Un tesoro; lo stesso che Saverio Strati, attraverso le sue numerose opere, ha messo in evidenza, dando suono e senso agli aspetti sconosciuti di questa nostra terra martoriata dagli eventi. Uno scrigno, insomma, che in questi giorni, dietro iniziativa dell’amministrazione comunale si è riaperto al mondo. Quale sia l’esito finale di questa iniziativa, è difficile a dirsi, ma, anche quando non sarà utile a mutare il cammino della nostra terra, può rappresentare, pur sempre, un trampolino di lancio per le generazioni future.