MADE IN USA: URANIO IMPOVERITO. POVERO MA NON TROPPO.

Marco Cucchi

DI MARCO CUCCHI

Una delle soddisfazioni per chi scrive è essere compreso dalla gente.

Mi sforzo di scrivere articoli commemorando le vittime incolpevoli di Nassyria e vengo censurato da un lettore con un “Marco Cucchi: armi chimiche non particolarmente pericolose”. “Ma va?” riferito alle armi di Saddam Hussein.

Non male, se mi precisa solo questo il resto dell’articolo è passato indenne.

Le armi, anche quelle più leggere, sono sempre pericolose essendo attrezzature finalizzate alla soppressione di vite umane, ma anche nella loro pericolosità qualche valutazione va fatta.

Uno dei motivi addotti dall’amministrazione Bush per farsi autorizzare l’intervento militare in Iraq fu la detenzione da parte di Saddam Hussein di armi chimiche e/o di distruzione di massa e apparati missilistici oltre i limiti imposti dagli accordi di armistizio conclusi dopo la prima guerra del Golfo, come dichiarato dal rapporto interno del Pentagono del 2002.

Gli Usa furono così autorizzati dall’Onu ad intervenire per “pacificare il paese, disarmare il regime iracheno e stabilizzare politicamente la zona” ma si rivelarono, nei fatti, normali invasori interessati alle risorse petrolifere del paese, non avendo pacificato l’Iraq dove, dopo la caduta di Saddam Hussein, è in corso una dura guerra civile tra le fazioni sciite (prima emarginate) e sunnite che prima governavano la nazione attraverso il partito di governo Baath.

Ma, soprattutto, non hanno ritrovato e mostrato al mondo armi di distruzione di massa. Solo qualche arma chimica di non altissimo potenziale la cui detenzione era già nota al Pentagono, dal momento che gli Usa sono stati  fornitori di materiali e khow-how tecnologico durante la guerra del 1980 contro il comune nemico, l’Iran di Khomeini, ai tempi della presidenza di Ronald Reagan.

Armi chimiche utilizzate anche nel 1988 contro i civili nel bombardamento della città di Halabja, nel nord del paese nella regione del Kurdistan irakeno; ma anche i nostri alleati Nato, la Turchia bombardano i territori kurdi nel loro paese, e la nostra unica reazione fu solo un piccolo incidente diplomatico per l’estradizione in Turchia del leader degli indipendentisti curdi Abdullah Öcalan.

E quindi sarebbe ipocrita ritenere gravi solo le stragi dei curdi per mano irakena quando abbiamo sempre perdonato e trascurato quelle, identiche, messe in atto da un nostro paese alleato in seno alla NATO.

E, parlando di armi chimiche, non voglio nemmeno indugiare sull’uso di napalm, diossina e “agente Orange” durante la guerra del Vietnam, elementi chimici che ancora oggi contaminano una percentuale rilevante delle foreste e delle risaie vietnamite e cambogiane comportando una forte incidenza di mortalità precoce, aborti e malformazioni infantili.

Voglio invece parlare di armi molto più vicine a noi, armi che invece hanno fatto molti morti. Anche italiani.

Non parlerò del fatto che in Italia, presso la base Nato di Aviano (in Friuli) sono stoccate  72  testate nucleari di tipo B-61 , quelle aviotrasportabili (da utilizzare e lanciare tramite bombardieri), e già questo fa dell’Italia uno dei paesi più nuclearizzati nella Nato perché sarebbe troppo facile farlo.

Voglio raccontarvi una storia che parla di una intuizione geniale dei fabbricanti d’armi statunitensi: cosa c’è di meglio che poter creare un’arma potente ed economica partendo dalla “spazzatura”?

Il mondo (e soprattutto gli Stati Uniti) sono pieni di centrali nucleari che producono energia elettrica trasformando l’Uranio235 in Uranio238ed esafluoruro di Uranio: scorie radioattive pericolose e di difficile stoccaggio chiamati in gergo “uranio impoverito” essendo ormai di poca efficienza per la produzione di energia tramite fissione nucleare.

Ma l’uranio impoverito, miscelato con altri elementi chimici quali titano e molibdeno necessari per renderlo stabile, ha una grossa particolarità: utilizzato per forgiare testate di proiettili, al contatto esplode creando temperature di oltre 3000 gradi Celsius, in grado di perforare e polverizzare anche le corazze più spesse di bunker e carri armati. Unico effetto collaterale, e non da poco, è il fatto che la testata in uranio impoverito durante l’esplosione si vaporizza, rilasciando in forma gassosa il suo contenuto di isotopi radioattivi e contaminando fortemente il territorio circostante.

Tali proiettili venivano utilizzati dall’aereo A10 Thunderbolt (equipaggiato con cannoni GAU-8 Avenger calibro 30) per l’attacco al suolo di carri armati, postazioni corazzate e obbiettivi militari sensibili: ogni singolo proiettile conteneva 272 grammi di uranio impoverito, e stime NATO quantificano in circa 300 le tonnellate di uranio impoverito utilizzate come munizionamento solo durante la prima Guerra del Golfo del 1990 ed in misura inferiore (ma non quantificata) durante le guerre nell’ex Jugoslavia e in Kosovo.

Entità che non si è mai voluta quantificare, visto che l’esposizione a questo agente contaminante ha comportato nei nostri militari la “sindrome dei Balcani” :  dal militare cagliaritano Giovanni Vacca (morto di leucemia) in poi, dei membri del contingente italiano che prestarono servizio nelle missioni KFOR (Kosovo) e SFOR (ex Jugoslavia) ben 45 militari sono morti e 500 (ad oggi) si sono ammalati di patologie oncologiche particolari, tutte riconducibili all’esposizione ad isotopi radioattivi come l’uranio impoverito.

Numeri altissimi che richiesero la costituzione di una commissione di inchiesta del Senato che concluse i lavori con i  risultati nel 2006.

Da questo documento emerge solo la contaminazione a cui sono stati esposti i nostri militari, trascurando invece totalmente la contaminazione ambientale e i danni conseguenti occorsi alla popolazione civile nelle zone colpite dall’evento bellico.

Ma esiste anche un’ulteriore esposizione, molto più vicina a noi.

Il bombardiere al suolo Fairchild A-10 Thunderbolt II ha, tatticamente, il grosso pregio o di essere una specie di cannone volante, un pezzo di artiglieria pesante in grado di colpire senza problemi di mobilità anche in zone lontane obbiettivi corazzati o blindati; ma il difetto conseguente di questo strano velivolo sono la pesantezza, la poca aerodinamicità e di conseguenza gli elevati consumi di esercizio e il raggio di azione limitato in circa 460 chilometri.

Raggio di azione che poteva essere aumentato utilizzando serbatoi aggiuntivi collocati nelle gondole sub-alari, dispositivi per cui l’aereo è predisposto.

E uno dei “cattivi protocolli” attuati dagli aviatori americani durante le guerre dell’ex Jugoslavia era che, avendo consumato la maggior parte del carburante durante il volo di andata e a pieno carico, in sede di rientro per poter raggiungere la loro base dovevano ridurre il peso scaricando le “zavorre”, il peso inutile ed in eccesso.

Così venivano sganciati i serbatoi aggiuntivi nelle gondole sub-alari ormai vuoti e gli armamenti “low cost “: e visto che i missili aria-terra o aria-aria  dotati  di guida computerizzata sono costosissimi venivano scaricati soprattutto bombe incendiarie al fosforo e i “nostri” proiettili di uranio impoverito, armamento dal costo unitario molto più basso.

Un rapporto di Greenpeace stima (con conferme ufficiose anche in alcuni rapporti dell’aeronautica militare) che siano stati 143 i dispositivi di questo tipo sganciati in 24 aree designate in mezzo al mare Adriatico.
In acque in maggior parte distanti oltre 30 km dalla riva e quindi da ritenersi “acque internazionali”, ma che hanno inquinato il mare Adriatico, oltre che mare di pesca anche nostra risorsa per il turismo.

Il mare Adriatico, dal Friuli al Veneto fino alla Puglia passando per la riviera dell’Emilia Romagna e delle Marche e Abruzzo: territorio a ricchissima vocazione turistica balneare in cui i bambini fanno il bagno in mare e in cui i pescherecci pescano il pesce squisito che ci delizia a tavola; e questo proposito segnalo un articolo di Gianni Lannes del 2007, molto preciso, dettagliato ed esplicativo.

Sulle spiagge di Rodi Garganico, San Menaio e Calenella vennero riportate a riva dalle correnti tre bombe poi riconosciute come bombe incendiarie al fosforo di fabbricazione statunitense mentre a Marano, a 6 chilometri dalla balneare e turistica Lignano Sabbiadoro venne trovato incastrato nelle reti di un peschereccio un ordigno militare marchiato “U.S. 97”, che si dice avesse proprio l’aspetto di un proiettile “sabot” ad uranio impoverito.

E, ad ottobre 2006, l’affondamento nelle acque prospicienti San Benedetto del Tronto affonda il peschereccio “Rita Evelin” in circostanze mai chiarite: peschereccio nuovo di zecca guidato da personale esperto e affondato in un momento di mare tranquillo e senza criticità, ma in una zona di quelle che era stata designata come una delle 24 in cui i bombardieri americani scaricavano i loro residuati bellici e il carico in eccesso.

Le armi chimiche di Saddam Hussein: poca cosa rispetto alle armi chimiche dei nostri alleati della Nato.
Sarò cinico, ma non mi hanno mai turbato il sonno e l’appetito, considerando che invece le armi chimiche dei nostri “amici” hanno fatto molte più vittime italiane e molti più danni al nostro paese.

Proprio vicino a dove, tutte le estati, trascorro le mie vacanze al mare.

File:A-10 Thunderbolt 9875.JPG

IL BOMBARDIERE 10 THUNDERBOLT 9875