PARLA JON SCHAFFER, FRONTMAN DEGLI ICED EARTH

DI SILVIA AUTUORI

Quattro chiacchiere con Jon Schaffer, frontman degli Iced Earth, storica band che nel corso degli anni ha dovuto fare i conti soprattutto con arrivi e partenze che di fatto hanno rallentato la produzione musicale.
Accantonato quindi il passato, si guarda al futuro che in questo caso fa rima con “Plagues Of Babylon“, il nuovo album degli Iced Earth in uscita il 21 gennaio, due giorni prima dello show già fissato in Italia, tappa che non vogliono assolutamente perdere ed ora capirete perché.

Ciao Jon! Ho letto che al termine delle registrazioni di “Plagues Of Babylon” c’era tanta euforia tra voi. Cosa vi rende così orgogliosi di questo album?
“Sono onesto: abbiamo fatto davvero un bel lavoro. Non solo dal punto di vista quantitativo, ma anche da quello qualitativo, perché tutti pezzi sono speciali. In fase di registrazione si è creata una chimica tra noi che ci ha portato a questo, consolidando una certa fratellanza tra noi membri”.

Permettimi una considerazione sciocca: quando ho viso il lyric video di “Plague Of Babylon” mi è venuto in mente il film “300″. Non so se hai avuto anche tu quest’impressione…
“Accidenti! E’ davvero interessante questo tuo punto di vista! Anche perché io adoro quel film. Ed in effetti la canzone narra dell’apocalisse, quindi il video è caratterizzato da scene orribili. In ogni caso, l’opening track apre anche un filone composto dalle successive cinque canzoni, come se fosse un’unica storia, mentre le ultime sei tracks sono individuali, diciamo. Stanno in piedi da sole senza un filo conduttore”.

A mio avviso “Plagues Of Babylon” è davvero un pezzo molto carico ed essendo appunto la titletrack ci si aspetta che l’intero album sia così…

“Condivido in pieno. L’intento è proprio quello di mantenere alto il livello dell’album. Come ti dicevo c’è la particolarità delle prime sei canzoni unite dallo stesso filo conduttore: questo fa sì che l’intero lavoro risulti epico, teatrale. Abbiamo voluto inciderlo proprio così e ci piace dall’inizio alla fine”.

Tra le canzoni dell’album ce n’è una maggiormente rappresentativa?

“Direi di no, semplicemente perché è un lavoro targato Iced Earth, quindi molto emotivo. Impossibile dire se c’è una canzone piuttosto che un’altra che ci rappresenta perché è l’album nella sua interezza a regalare un ampio raggio di emozioni. Emozioni legate alla musica, ma anche ai testi.

Ci sono collaborazioni particolari?

“Io parlerei di collaborazioni innanzitutto tra i membri del gruppo. Già con il precedente album “Dystopia” la chimica è migliorata. Troy Steele, chitarrista e backing vocals, ha collaborato in più parti alla scrittura rispetto al precedente; così come il bassista Luke Appleton che ha contribuito in maniera determinante ad un paio di tracce. Abbiamo lavorato insieme fin nei minimi dettagli nel songwriting, scegliendo il Sud America come luogo per trovare l’ispirazione. Lì ci siamo uniti proprio come deve essere per una band ed abbiamo buttato giù tutte le idee”.

I vostri fans hanno amato, tra le altre, le canzoni lunghe, brani come “Dante’s Infermo” o “Gettysburg”, ma questa volta avete deciso di non eccedere in lunghezza. C’è un motivo particolare?

“Mah, guarda… La canzone che apre l’album è comunque una long track perché dura oltre sette minuti e per essere una opener è lunga, svolgendo egregiamente il suo compito. Tra l’altro ne approfitto per dire che nella special edition di “Plague Of Babylon” le prime sei canzoni saranno rielaborate con uno speciale surround. In pratica questi sei brani, che come ti dicevo sono parte della stessa storia, saranno caratterizzate da un suono particolare che conferirà alle stesse un aspetto melodico teatrale, proprio per non dimenticare l’epicità della nostra musica”.

Parliamo dell’esperienza del 2002 con l’album di cover “Tribute To The Gods”. Vorrei sapere se in futuro sarà ripetuta l’esperienza del cover album e, se sì, quali potrebbero essere i “nuovi gods” da reinterpretare.

“Non penso che ci sarà un altro album di cover. Credo invece che potrà capitare di elaborare un paio di cover, ma non di certo un intero album”.

Com’è stato vissuto il periodo in cui la band ha visto gente andare e venire?

“(risponde un po’ infastidito) Sono cose che succedono. Non perdiamo tempo a pensare a queste cose. Andiamo avanti”.

Vediamo se ti ritorna il sorriso. Avete un sacco di fans che vi aspettano a gennaio in Italia, dove tra l’altro siete già stati di recente…

“Abbiamo un ottimo ricordo dei fans italiani, Ci siamo divertiti molto a Milano per il primo show del tour. E’ sempre un piacere tornare in Italia, non solo per salutare i vecchi fans, ma anche per abbracciare gente nuova”.

Tra l’altro nell’ultimo show europeo vi siete dilettati in una serie di webisode. Che ne dite di farne uno nel prossimo concerto in Italia? (23 gennaio 2014 al Rock ‘N’ Roll Arena di Romagnano Sesia, NO)

“Da allora sono cambiate un po’ di cose e sinceramente non so se verrà fatta una cosa del genere. Non è escluso. Anzi, ora che mi ci fai pensare, cominciamo ad organizzarla”.

Che tipo di setlist sceglierete?

“Sarà una setlist molto heavy: comprenderà canzoni dell’ultimo album, ma passerà attraverso la storia della band. E siccome ci sono tante nostre canzoni che hanno costruito questa storia, per noi è davvero una sfida. Sono sicuro che alla fine riusciremo a comporla in maniera interessante, in un modo che soddisfi tutti, perché è chiaro che ognuno ha le sue preferite”.

Ok Jon, le ultime parole sono per te…

“Che dire? Amiamo l’Italia, le persone sono molto cool, il cibo è molto buono e non vediamo l’ora di tornare”.

Certo che tutti parlano del cibo e mai delle ragazze italiane…

“Beh, quando parliamo di cibo, parliamo di donne! (Grasse risate) Scusami, stavo scherzando!”.

Non c’è problema!

“Vieni allo show! Ci vediamo lì!”

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