QUELL’ITALIA CHE SI RISPECCHIA NEL FILM DI VIRZI’

Alessandra Pastuglia

DI ALESSANDRA PASTUGLIA

Quanto può valere un uomo? E una donna? Giovane, matura, anziana? Un fumatore? Un non fumatore? Un single? Un padre o una madre di famiglia? Un disoccupato? E un occupato? Quanto può valere il suo futuro? O la sua previsione di un futuro? Quanto? Quanto basta. Quanto basta perché la sua vita diventi un bene, materiale, economicamente stimabile, tutelabile, commutativamente compensabile o indennizzabile, in caso di danno/perdita parziale o totale, temporanea o permanente. L’uomo è un capitale, un capitale umano, come sembra suggerire provocatoriamente il nuovo film di Paolo Virzì, in uscita nelle sale cinematografiche italiane in questi giorni. Il capitale che l’assicurazione valuta per liquidare il danno subito in un incidente stradale, ogniqualvolta il danno medesimo si traduce in una lesione permanente dell’integrità fisica o nella irrimediabile perdita di una vita umana. Il film di Virzì, ambientato in una gelida Ornate, cittadina dell’hinterland milanese, racconta in quattro capitoli, il dramma vuoto e sterile di rapporti umani contraddistinti dall’opportunismo, dalla speculazione, dal cinismo, dalla menzogna e dall’autismo relazionale. Filo conduttore della narrazione è la vicenda di un giovane cameriere che, tornando a casa in bici dopo una giornata di intenso lavoro, viene urtato da un SUV, che lo scaglia fuori del manto stradale, e fugge velocemente senza prestare alcun soccorso. Il cameriere muore e trascina con sé le maschere delle persone-personaggi che popolano il film, individui che soffrono il vuoto dell’anima, lo smarrimento di qualunque forma di comunicazione e di interesse verso l’esperienza umana, verso l’altro parente o estraneo; ne sono un esempio il signor Giovanni Bernaschi, rigido plastico, impenetrabile finanziere dedito alle speculazioni; la signora Bernaschi, ex attrice, avvenente, annoiata e in cerca di stimoli in grado di colorare la propria pallida esistenza; Dino Ossola, brianzolo, impiegato spregiudicato, bramoso di successo e denaro; Roberta Morelli, convivente di Ossola nonché psicologa della ASL dedita alla cura dei ragazzi sbandati, personaggio autenticamente buono e fiducioso o semplicemente superficiale e acritico nei confronti della realtà. Sullo sfondo, i ragazzi, i figli, giovani detonatori del film, che irrompono sulla scena e portano a compimento la narrazione, dando respiro alle agonie esistenziali dei genitori, introducendo l’autenticità del dolore, dell’amore, della morte nella sbiadita successione di esistenze prive di energia e spontaneità. Ragazzi sui quali scendono però ombre nuove, sfumate ma presenti, attenuate ma insinuanti. Sono loro i protagonisti del film di Virzì, la rappresentazione di una società preda dei propri vuoti, delle ansie e della perdita di riferimenti. Giovani responsabili dell’omicidio, colposo, del cameriere, della mancata confessione al commissario di polizia, della volontaria e pavida omissione di soccorso, della ostentata e ostinata bugia. Giovani preda di una grave fragilità autolesionista, vittime e antagonisti di genitori in crisi di identità e ruoli. Eppure, l’unica possibilità di salvezza nell’atmosfera chirurgicamente anonima di una Brianza distratta, appare proprio l’ unione, la coesione che lega le vite dei ragazzi, che si ascoltano, si confrontano, si rivelano e si recuperano nella disperazione e nel disorientamento. Le loro mani intrecciate alla fine del film sembrano opporsi alla tetra figura del finanziere che scommette sul fallimento del proprio Paese, costruendo, su quelle macerie, la propria fortuna, il proprio capitale inumano, che investe sulla paura, sulla disgregazione e sulla solitudine per incrementare e consolidare i propri interessi.

UNA SCENA DEL FILM ‘IL CAPITALE UMANO’
DI PAOLO VIRZI’