IL RE DELL’HEAVY ALEX RUDI PELL: LA FIAMMELLA DELLA CREATIVITA’ E’ SEMPRE ACCESA

DI SILVIA AUTUORI

E’ una fucina di idee. I fan lo adorano perché riesce a sfornare dischi su dischi badando comunque alla qualità. Noi lo adoriamo soprattutto perché è un artista schietto, dalla battuta pronta e senza peli sulla lingua. E’ Axel Rudi Pell, veterano dell’heavy ed orgoglioso padre di “Into The Storm“, l’ultimo nato in casa ARP ed il primo senza Mike Terrana alla batteria.

Nel tour 2014 l’Italia non è contemplata. E dietro c’è un motivo alquanto discutibile.
L’intervista:

Ciao Axel, cominciamo subito parlando del nuovo album “Into The Storm”. Com’è nato e che tipo di influenze lo caratterizzano?

“E’ nato sott’acqua! No, sto scherzando! Sono solito collezionare sempre un sacco di idee, scrivere sempre musica. Appena prendo la chitarra mi vengono degli spunti e li butto giù. Per quanto riguarda le influenze, beh, sono un amante della musica degli anni 70: Rainbow, The Scorpions ed altri hanno influenzato molto sia me come persona che la mia musica. Amo l’old style e sono orgoglioso del fatto che queste influenze siano riconoscibili in me. Poi, se a qualcuno non piace è un altro paio di maniche!”.

Allora aveva ragione quel fan che ti ha paragonato al coniglietto delle pile Duracell…

“Assolutamente! Probabilmente il tizio intendeva che io fossi un genio (ride, ndr). Io ho sempre quella fiammella accesa. Ho tante di quelle idee che potrei realizzare altri 15 album e probabilmente in un futuro saranno realizzati. Ogni canzone che creo deve essere all’altezza di quello che voglio. Quindi succede che creo un qualcosa che ha il riff più bello del mondo però poi c’è un particolare che non mi convince e ricomincio di nuovo. Quello che cerco di fare è accontentare i gusti di tutti per essere sicuro che quello che sto facendo possa piacere al pubblico”.

Torniamo all’album. La titletrack è la canzone più lunga. E’ interessante il fatto che cominci con una sorta di rievocazione in stile orientale per poi sfociare nella durezza dell’heavy….

“Sì, adoro il fatto che la titletrack abbia in sé qualcosa di epico e che duri di più rispetto alle altre. C’è un grande lavoro di tastiere, specie nella parte centrale. E credo si noti il fatto che questa canzone contenga le influenze dei Led Zeppelin. Anche se solo un po’”.

Scusa ma da buona romantica mi sono soffermata sulla love song “When Truth Hurts”. Qual è la storia di questa canzone?

“E’ la storia di una relazione tra un uomo ed una donna e prende spunto da un mio spaccato di vita. E’ una storia triste. “Quando la verità fa male”: voglio dire, quando c’è un amore che sta per finire è una verità che fa male, quindi when truth hurts“.

Mi ha incuriosito anche la scelta di “Hey Hey My My”, un inno al rock ‘n’ roll preso in prestito da Neil Young…

“Oh sì! Conosci la serie tv “Sons Of Anarchy”?

Perdonami, ma mi sfugge…

“Ok, è una serie incentrata sui motobikers che attraversano l’America. E per la terza stagione fu utilizzata come colonna sonora “Hey Hey, My My”, ma non quella di Neil Young. Si trattava di una cover band (Battleme, ndr) che la eseguiva solo piano e voce, ma durava molto poco. Così ho pensato che sarebbe stato grandioso renderla molto più rock. E quando l’ho fatta sentire ai ragazzi abbiamo detto “Ok, proviamo questa versione”.

Parliamo invece del neo acquisto Bobby Rondinelli e del suo contributo alla release.

“Innanzitutto credo che sia uno dei più grandi batteristi che ci siano al mondo. Ed è stata una fortuna trovarlo quando Mike (Terrana) ha deciso di abbandonare il gruppo. Un mio caro amico molto vicino ai Rainbow è riuscito a mettermi in contatto con Bobby che all’epoca aveva voglia di impegnarsi in qualcosa di nuovo. Così quando ci siamo sentiti mi ha chiesto di mandargli del materiale, ed io “Certo!”. Ha ascoltato qualcosa, anche su internet, e dopo due giorni ci siamo risentiti e lui tutto entusiasta ha detto: “Man, questo è forte! Adoro la tua musica!”, ed io “Ok, Bobby. Sei nella band!”“.

Sappiamo che l’addio di Mike Terrana è dovuto alla sua impossibilità di proseguire il tour. Credi che sia qualcosa di definitivo o dobbiamo aspettarci un ritorno?

“Un ritorno direi proprio di no, perché lui mi disse che non poteva più proseguire nel tour in quanto aveva altri progetti e quando lasci l’ARP l’hai perso per sempre. Credo che Bobby sia l’uomo giusto e spero che resti nel gruppo più di quanto abbia fatto Mike. Spero che Bobby continui a suonare con noi per i prossimi quindici/vent’anni, non so!”.

Del nuovo album, nell’ultimo mese, hai deciso di pubblicare degli snippets di tre canzoni: “Burning Chains“, “Long Way To Go” ed “Into The Storm“. Perché queste scelte?

“Le abbiamo scelte in maniera casuale. Ho chiesto alla mia etichetta cosa ne pensasse, quali potevano essere le canzoni da pubblicare come “assaggi”, e mi hanno detto di puntare assolutamente su “Burning Chains”. Poi però qualcuno ha detto “Long Way To Go” ed altri ancora che sarebbe stato meglio puntare sulla titletrack perchè è la canzone di punta, il mio piccolo capolavoro. Così alla fine abbiamo accontentato tutti”.

Ho anche visto che c’è un’aggiunta alla tua collezione di chitarre: la Ritchie Blackmore Custom Shop Tribute Stratocaster che hai usato per alcuni brani del nuovo album. Quali sono?

“L’ho usata di sicuro per la registrazione dell’intera “Burning Chains”. Poi anche per il solo nella bonus track “Way To Mandalay” contenuta nel digipak. Ma in realtà l’ho usata per quasi tutte le canzoni, anche se per poco. Comunque, non vorrei sbagliarmi, quindi ti dico che sicuro l’ho utilizzata per “Burning Chains”.

Che mi dici invece del tour 2014 e del fatto che l’Italia non è tra i Paesi che visiterai?

“(Ride di brutto!) In Italia abbiamo suonato una volta sola. Nel 2005. Un sacco di tempo fa. La verità è che suoniamo molto in Germania dove l’ARP è molto amato. Ma sappiamo che anche in Italia abbiamo un seguito, così quando abbiamo chiesto ai nostri promoter di suonare in Italia la risposta è stata: “No. Siete troppo poco conosciuti in Italia. Dovessimo organizzare un concerto c’è il rischio che verrebbero quindici persone“. Io non voglio credere che sia vero e mi piacerebbe molto tornare a suonare in Italia”.

Non credo proprio sia così, ma andiamo avanti… Sulle spalle hai qualcosa come 19 album: 4 con gli Steeler e 15 come Axel Rudi Pell. Sarebbe difficile per te farmi una top three?

“Sì perché amo tutti i miei figli! Comunque, al momento ti direi che al primo posto c’è “Into The Storm”. Poi probabilmente “The Crest” (2010) al secondo posto, mentre al terzo “Oceans Of Time” (1998)”.

Bene, Axel. L’intervista è finita e le ultime parole sono per te…

“Spero davvero che un giorno potremo di nuovo tornare a suonare in Italia, perché amiamo suonare dal vivo e poi metà della band parla italiano: Bobby Rondinelli ed il cantante Johnny Gioeli sono mezzi italiani. Aspettiamo che qualcuno faccia una buona offerta e noi veniamo!”. su metallus.it