UN OSCAR NON BASTA PER RINNOVARE CINECITTA’

Italo Moscati

DI ITALO MOSCATI

“La grande bellezza” ha vinto l’Oscar come migliore film straniero. Giustamente tutta l’Italia ha esultato molto, forse fin troppo, sfiorando e a volte precipitando nella retorica nazionalista più appiccicosa e illusoria. Paolo Sorrentino e Toni Servillo, contenti, hanno dimostrato di avere polso e in certe dimostrazioni pubbliche hanno ostentato anche un certo imbarazzo di fronte a reazioni esagerate, dolciastre, compromettenti. Compromettenti nel senso che appartengono a tempi defunti. Ma il cinema italiano deve vivere oggi. In ogni senso. A cominciare da Cinecittà.

Cinecittà viveva ieri e ieri l’altro, deve vivere oggi e domani. Il nuovo governo, il nuovo Ministro dei Beni artistici e culturali devono affrontare un grande tema che langue da tempo. Questo: come riformare il cinema italiano, compresa Cinecittà, in modo serio, con la consapevolezza che un meritato Oscar sulla grande bellezza (che non c’è) non basta, forse illude; mentre le cose nelle sale, e fuori, arrancano; e mentre nessuno sembra avere una idea “politica” valida. Deserto, tra i politici, tra i parapolitici, tra i paraventi. Certi critici, intellettuali & soci. Cinecittà ha bisogno di interventi energici.

Mussolini buttò giù quel che serviva per costruire in mezzo agli antichi fori una nuova larga via per l’Impero d’Italia e di Etiopia proclamato nel 1936. Il fascismo si celebrava usando e travolgendo la storia. Cinecittà fu un altro progetto di quegli anni, nell’attivismo mussoliniano una delle iniziative che ebbe successo, suscitò aspettative, servì al cinema italiano colpito dall’incendio degli studi Cines, un cinema che si stava perdendo.

Nata come una Hollywood dell’Italia nel 1937, durante il periodo del fascismo, Cinecittà era un sogno di un Paese che cercava di diventare moderno e di esistere nel mondo. Una città del cinema, capace di creare talenti e film di successo, che era parte di un programma vasto di investimenti. Nello stesso giorno in cui si inaugurava Cinecittà i giornali dell’epoca mettevano in prima pagina altre bonifiche importanti, dopo quella delle paludi pontine: tra esse, quella di Maccarese, vicino Roma. Investimenti e propaganda per il consenso erano inscindibili. Costruita in due anni circa Cinecittà durò cinque anni, poi fu abbandonata a causa della Seconda guerra mondiale (1939- 1945, l’Italia entrò nel conflitto nel ’40). Rinacque negli anni Cinquanta come una Hollywood sul Tevere per i kolossal americani. Abbandonata dagli americani, fu “conquistata” da Fellini che vi girò tutti i suoi film.

Molti furono gli attori e i registi che rilanciarono il cinema italiani negli anni Sessanta, compreso Sergio Leone, che “conquistò” anche lui l’America con gli Oscar. Cinecittà, una storia colma di fascino, talenti, una festa per il pubblico di ieri, una speranza per il pubblico di domani. Le fondamenta parevano solide, le prospettive ambiziose. Considerata a distanza di tempo la storia di Cinecittà appare una vera e propria avventura che vide, nella prima fase, un’attiva collaborazione tra imprenditori privati e il governo di Mussolini. Il figlio Vittorio Mussolini, appassionato di cinema e direttore di riviste dedicate al cinema, si era recato a Hollywood per documentarsi e ispirare il progetto alla fantastica produzione americana realizzata in famosi studios.

Il progetto italiano era stato voluto anche per fare concorrenza agli studi europei, quelli tedeschi (dove debuttò Marlene Dietrich), inglesi (dove cominciò la sua carriera Alfred Hitchcock), francesi (il cinema di Renè Clair e di Jean Gabin), sovietici (quelli sorti dopo la rivoluzione con i film di Sergeji Ejsenstein). Per anni le pagine dei giornali e delle riviste esaltavano il cinema e i suoi divi, una informazione capillare e intensa con i manifesti, i cinegiornali, i trailer. Una attività che creò una grande attività e un grande indotto. Roma e l’Italia si era innamorata del cinema. Venne dato rilievo eccezionale all’inaugurazione con l’intervento di Duce Mussolini.

Un vero e proprio spettacolo. La produzione di film crebbe in una misura superiore alle aspettative. Dall’aprile 1937 al luglio del 1943, furono realizzati 279 film, 120 commedie, 17 di propagande politica o di guerra, da 142 film sono rappresentati tutti gli altri generi, il film storico e il dramma in costume, la trasposizione d’immortale opera lirica o letteraria, il dramma passionale contemporaneo, il romanzo di avventura storica, i pochissimi polizieschi per lo più giallorosa. I film allora puntavano soprattutto sui divi, secondo le scelte fatte da Hollywood fin dal principio con Theda Bara e Rodolfo Valentino, Greta Garbo e John Gilbert, attori americani o venuti dall’Europa; le stelle del musical come Judy Garland e Mickey Rooney, gli eroi dei western a lunga durata come John Wayne. Anche l’Italia aveva avuto i divi del muto come Francesca Bertini. La rivoluzione del sonoro, dal 1928, propose un cinema che parlava o cantava. Ed ecco Amedeo Nazzari, Alberto Rabagliati. Ecco gli attori comici, numerosi, tra cui i De Filippo, Macario e soprattutto Totò. Ma erano le dive quelle che raccoglievano i maggiori consensi.

Cinecittà, le promosse attraverso cinegiornali e radio, con incalzante ritmo pubblicitario. Nomi che diventarono famosi come Maria Denis, Luisa Ferida, Clara Calamai, Elisa Cegani. Già allora via Veneto, prima della Dolce Vita, era glamour con feste e ricevimenti negli alberghi prestigiosi della strada che sarà immortalata da Fellini. E adesso? Il seguito a una prossima puntata. La stessa storia, con le sue molte ombre e le sue luci (Cinecittà è stata ed è un mito per tutti, da Fellini a Scola, da Camerini a Risi) impone scelte serie per il futuro. C’è incertezza, ci sono dubbi, esitazioni, palleggiamento di progetti, proteste e richieste di vedere il futuro di quello che non è e non può essere un Colosseo di terza o quarta mano.