GLI OPEN DATA, QUESTI SCONOSCIUTI

Mario Tedeschini-Lalli

DI MARIO TEDESCHINI LALLI

Sono passati circa quattro anni da quando in Italia si è cominciato a parlare del movimento degli open data e del giornalismo dei dati che avrebbe potuto accompagnarlo. In questi anni le iniziative italiane si sono moltiplicate, con gruppi di giornalisti, sviluppatori e grafici che hanno cercato di esplorare e anche di intraprendere e grazie a dio si moltiplicano: questo weekend (29-30 marzo 2014) a Bologna si è tenuto il secondo raduno di Spaghetti Open Data #SOD14, che ha visto riuniti “sviluppatori, giornaliste, funzionari pubblici, ricercatrici, giuristi, attiviste, studenti e un bel po’ di semplici curiosi” (qui lo storify) e già sabato prossimo a Torino un’altra giornata, “Il giornalismo dei dati – esempi, errori e storie“, organizzata dal gruppo italiano della Online News Association rivolta più ai giornalisti e ai principianti. Sono solo gli esempi di questi giorni, non per far torto a tutti gli altri… Ma da questa effervescenza di iniziative sembra ancora in gran parte assente il giornalismo delle grandi e piccole testate tradizionali, con la recente eccezione degli esperimenti del Medialab della Stampa.

Per questo è tanto più interessante analizzare l’esperienza di La Nacion di Buenos Aires. E’ un giornale tradizionale, molto vecchio e molto autorevole che ha deciso di abbracciare in modo radicale le nuove possibilità che l’ambiente digitale offre ai giornalisti per raccogliere informazioni, scovare notizie, raccontare storie, mostrarle, informare e coinvolgere i cittadini: da zero a premi internazionali a ripetizione in meno di tre anni. Venerdì La Nacion ha lanciato una nuova grande iniziativa proponendo agli utenti una piattaforma per analizzare documenti pubblici in formato pdf e trasformarli in una base di dati. I dati stessi saranno così interrogabili dai giornalisti e dai cittadini per trarne informazioni coerenti, tendenze, ecc. Un “movimento di liberazione dei dati” dalle gabbie delle fotocopie e dei file pdf per renderli riutilizzabili e quindi veramente utili.

Il progetto si chiama VozData e il primo compito offerto al pubblico è l’analisi di oltre 6.500 documenti sulle spese del Senato argentino da il 2010 e il 2012. Quando l’utente entra nel servizio gli viene proposto uno dei documenti in formato pdf (cliccando su un altro tab c’è anche la versione solo testo), nella colonna di destra ci sono alcuni campi da riempire: il beneficiario del pagamento, la causale, l’importo ecc. Finito un documento viene offerta la possibilità di “liberare” un altro documento e così via. Per evitare errori il documento è inserito nel data base solo quando almeno tre persone lo hanno classificato allo stesso modo. Sulla home page del servizio i documenti sono organizzati per tipologia di spesa, beneficiario, eccetera.

Al momento di scrivere questo post, tre giorni dopo il lancio, erano stati già “liberati” 1.513 documento sui 6.657 totali. Un bell’esempio di come il giornalismo digitale possa offrire percorsi cognitivi e informativi complessi, “profondi”, validi nel tempo –  andando molto oltre la presunta natura superficiale e immediata del giornalismo web che in Italia si è imposta come verità autoevidente, recentemente riemersa con le polemiche su un corso online dell’Ordine dei Giornalisti.

In Italia si potrebbe cominciare con creare in crowdsourcing o con uno sforzo collaborativo di diverse testate, un database ricercabile delle dichiarazioni patrimoniali di deputati e senatori che le Camere hanno sempre rifiutato di fornire in forma digitale. Un primo passo verso altre e più complesse forme di “giornalismo collaborativo” del quale abbiamo già parlato (Trovare storie nei dati, non dati nelle storie: data mining e giornalismo investigativo a La Nacion in Costarica).