QUEI DISPERATI IN PROCESSIONE

Don Alfonso D'Alessio

DI ALFONSO D’ALESSIO

Disperati in processione  Brutte processioni! Non mi riferisco, ovviamente, a quelle religiose, anche se pure quelle quando smarriscono il significato originale e diventano manifestazioni di folklore più che espressione di autentica pietà popolare, sono brutte. Tuttavia i vescovi campani hanno fornito le indicazioni necessarie per mettersi al riparo dai rischi di tradimento del significato. Più difficile, anche per loro, è dare risposte alle processioni che negli ultimi tempi si osservano verso le curie da parte di lavoratori che hanno perso il posto di lavoro, o stanno per la via. Ne sa qualcosa l’arcivescovo Luigi Moretti che recentemente ha incontrato, in diversi appuntamenti, troppi in riferimento all’oggetto, le vittime di un’economia che della solidarietà, del bene comune e della ricchezza diffusa ne ha fatto elementi perfettamente sconosciuti. Non è difficile immaginare lo stato d’animo di un pastore che sa di non essere un’agenzia di collocamento e si trova di fronte a persone che lottano per difendere un diritto. La misura del dramma la si percepisce quando, nella disperazione, si offre finanche la disponibilità ad essere usati, e spesso abusati, con alchimie giuridiche del tipo i contratti che prevedono maggiore produttività e minore salario. Cosa fare concretamente? Certamente le misure tampone dell’emergenza che anche la chiesa salernitana, nel limite delle sue possibilità mette in pratica, servono in alcuni casi ad evitare il peggio. Si tenta di contrastare il gesto del suicidio che, nella normalità viene riconosciuto da tutti come inutile e assolutamente non risolutivo, anzi foriero di aumento esponenziale dei problemi per chi resta, ma che nella mancanza di lucidità che la disperazione procura, si immagina come sollievo per i familiari amici, parenti o peggio ancora dimostrativo di una protesta estrema, anch’essa superflua posta in tali termini. Ma non bastano. Occorre una rivoluzione di pensiero copernicana e fa obbligo, a chi si interessa della cosa pubblica, conoscere la Dottrina sociale della chiesa, condivisibile anche trasversalmente. Creare occupazione non nasce solo da calcoli economici, bensì dalla capacità di farsi carico degli altri. Adoperarsi per far lavorare equivale, senza mezzi termini, a difendere la dignità della persona. Questo è possibile purché lo si voglia, e da qui la concretezza dell’invito a non disperare. È necessario mascherare chi specula sul dramma del lavoro che manca. Infatti quanti cassa integrati abbiamo utili solo alle aziende per alleggerire il costo del personale, trasformando un ammortizzatore sociale in una collaborazione forzosa della corresponsione salariale da parte dello stato? Quanti licenziati che con la scusa della crisi, nonostante i datori di lavoro conservino la stessa mole di opere da eseguire, servono per aumentare esclusivamente i profitti delle ditte? Anche questi sono peccati, e lo sono in modo grave non solo per i cattolici, ma a diverso titolo per tutti.