“COSTELLAZIONI” INFINITE E UNIVERSI PARALLELI

Barbara Leone

DI BARBARA LEONE

Teatro Vascello: Silvio Peroni porta in scena il piccolo capolavoro firmato dal drammaturgo britannico Nick Payne ispirato alla “teoria delle stringhe” della fisica quantistica.

Una cosmologa quantistica e un apicoltore. Infiniti universi paralleli che si sfiorano, si intrecciano, si mescolano sino a trasformarsi in un’unica, illusoria realtà. Basta niente e tutto può esser capovolto. Il nostro mondo e la nostra stessa esistenza. Noi siamo esattamente ciò che scegliamo di essere, perché sono le nostre scelte a guidarci per una strada piuttosto che per un’altra. Universi che si ripetono quasi identici. Ed è quel “quasi” a fare la differenza. E come bolle in una immensa vasca da bagno si infilano l’uno dentro l’altro creando un patchwork senza fine alimentato dalle fluttuazioni energetiche. Alla “teoria delle stringhe” sostenuta dalla fisica quantistica si ispira “Costellazioni”, avvincente e singolare testo partorito dalla penna del drammaturgo britannico Nick Payne, portato in scena da Silvio Peroni al Teatro Vascello di Roma e che vede come protagonisti Margot Sikabonyi e Alessandro Tiberi.

Uno spettacolo carico di sfaccettature, che impegna lo spettatore dalla prima all’ultima battuta, immergendolo in una dimensione a tratti comica e a tratti drammatica, ma comunque sempre e costantemente viva a livello emozionale. Una sfida non facile, quella di Peroni, da sempre artisticamente impegnato a confrontarsi con testi complessi e variegati, quasi sempre di matrice britannica. Un teatro di parola il suo, dove l’attore è al centro dello spazio scenico e drammaturgico. Con tutte le difficoltà che ne conseguono. Bravissimi i due interpreti, che evidentemente hanno metabolizzato ogni impercettibile indicazione del regista mantovano protagonista di questa nostra intervista.

Lo spettacolo che stai portando in scena in questi giorni al Vascello nasce da un testo particolare, che potrebbe durare all’infinito perché le probabilità in divenire sono infinite. Come lo hai scoperto e come ti sei trovato ad affrontarlo a livello drammaturgico e scenico?

«Sì. Le probabilità sono infinite ma nell’infinità degli universi diventa finito proprio all’interno del percorso umano. E infatti c’è questa battuta che dice la protagonista “è impossibile leccarsi i gomiti”, perché se uno riuscisse a leccarsi i gomiti potrebbe poi vivere per sempre. Invece c’è proprio l’idea che il tempo umano, pur non esistendo il tempo, è un segmento di questi universi paralleli. Non ricordo come l’ho scoperto questo testo. Da un po’ di tempo mi concentro molto sulla drammaturgia inglese. A Londra c’è un teatro di riferimento per la drammaturgia contemporanea che è il Royal Court Theatre e credo di aver scoperto “Costellazioni” guardando le novità del cartellone inglese. Come ho scelto di farlo ancora non lo so. Un po’ per casualità e un po’ per sfida. Io dico sempre che ho scelto di farlo perché non l’ho capito. Ti arriva un copione dove l’unica nota che dà l’autore dice: “ogni linea nera è un cambio di universo”. Quindi avevo questo copione che si ripete continuamente e dicevo che noia mortale… l’ho lasciato lì poi è successa una cosa casuale, è caduto dal comodino, ho riletto questo testo, sono andato ad approfondire il lavoro fatto in Inghilterra, ho visto che stava vincendo dei premi, e ne ha vinti tanti, e mi sono messo d’impegno. Col bisturi della ragione ho cercato di entrare nelle sue sfaccettature e allora ho capito che è un bellissimo testo o almeno a me piace molto».

Uno spettacolo in cui si alternano vari registri: c’è qualcosa di comico ma anche di drammatico. Come sei riuscito a gestire questo dinamismo di colori?

«Infondo è un po’ la vita così, un po’ comica e un po’ drammatica. Il lavoro con gli attori è stato abbastanza complesso. Ripetere ogni volta le stesse battute ti mette nella condizione di capire qual è la strada giusta. La cosa interessante del testo era trovare l’affresco, tutte le sfaccettature emotive e di rapporto nei confronti dell’altro e del luogo in cui vivono. La difficoltà era riuscire a dare delle variazioni che potessero mantenere una linearità con il personaggio. E’ stato un lavoro lungo. Senza avere punti di riferimento tutto può essere giusto e tutto può essere il contrario di tutto. Quindi sono stati fatti anche dei tentativi che poi hanno portato a delle soluzioni giuste».

La scenografia è un universo qualunque. Non è un luogo ben definito. Perchè?

«Una cosa che io sto facendo nel mio percorso artistico è eliminare qualsiasi oggetto di arredamento scenico. Gli attori sono su questa pedana vuota senza nulla e ricreano delle situazioni anche domestiche senza nulla. E questa è una strada che ho già percorso in altri spettacoli. Ovvero, l’idea di fare un teatro effettivamente dell’attore cercando di uscire da questa disputa secondo me tutta italiana del teatro di regia, restituendo il teatro soltanto all’attore. Ovviamente mettendolo anche in crisi. Perché è anche molto comodo per l’attore avere una sedia a cui appoggiarsi o il bicchiere d’acqua che ti riempie anche la battuta. Hai un appiglio. Invece qui questo essere persi nello spazio è stata proprio una delle cose che mi è piaciuta di questo testo. L’idea di poterlo mettere in scena mantenendo una sua unità temporale senza un effettivo cambio spaziale delle cose. Noi abbiamo questo luogo che può essere un castello in Danimarca che effettivamente non esiste ma esiste perché io te lo lascio immaginare. L’idea è quella di giocare con quella magia, quell’illusione del teatro che ci fa tornare anche un po’ ragazzini. Che vuol dire dare al pubblico un suo immaginario, non servire sempre tutto sul piatto d’argento a questo pubblico ormai anche un po’ pigro e assuefatto dallo spettacolo, che subisce quasi passivamente. Cerchiamo di creare assieme a lui un mondo e ogni volta è un mondo che cambia».

In una recente intervista radiofonica, i protagonisti dello spettacolo ti definiscono “meravigliosamente perfido”. In che senso?

«Io penso che tutti i registi hanno questo rapporto di amore e odio nei confronti degli attori. Anche se devo dire che io ho solo amore nei confronti dell’attore e quindi mi metto spesso nell’ottica dello spettatore. L’esigenza di essere così rigoroso nasce anche per un bene stesso dell’attore, altrimenti la figura del regista in un teatro dell’attore diventa inutile. Sicuramente questo lavoro certosino sul copione diventa molto duro per l’attore ma poi mi rendo conto che durante lo spettacolo loro danno per acquisite certe cose e quindi vuol dire che è servito essere così esigente. Poi Margot e Alessandro sono due attori molto bravi e intelligenti, infondo è difficile per un attore accettare il ruolo del regista».

Soprattutto quando abbatte quell’innato narcisismo che caratterizza quasi tutti gli attori…

«Certamente il narcisismo c’è ma io penso poi che quando un attore capisce che il lavoro del teatro è anche una dedizione, un sacrificio, quando ti rendi conto che il teatro non ti lascia vie di scampo, non ti dà la possibilità di rifare una scena… effettivamente è stato un lavoro estenuante. Ma non avendo appigli se entrambi non hanno coscienza di tutto quello che stanno dicendo e che stanno facendo quei momenti di vuoto anche intenzionale poi il pubblico lo sente e cala la tensione. Sembra assurdo, ma il teatro secondo me è ancora quella cosa che si fa in due. Il teatro si sviluppa anche attraverso il pubblico. Ogni replica è assolutamente diversa e si sviluppa insieme al pubblico, che lo sente il calo di tensione e non avendo nulla in scena se arriva quel momento di defaillance attoriale è davvero finita. Quindi sì, sono esigente sotto questo punto di vista: sapere che non hanno appigli e cercare di creargliene continuamente. Nel teatro non ti rendi mai conto quando inizia e quando finisce l’intrattenimento e quando inizia e finisce la parte intellettuale e artistica. Resta sempre un misto tra i contenuti che può dare il teatro ma nello stesso tempo essere intrattenimento. E in questo è il teatro ad essere perfido. O almeno il teatro che piace a me. Un teatro per il pubblico, ma che cerchi di dare al pubblico dei contenuti. Il tutto senza autoreferenzialità artistica. Autore, testo e attore. Poi naturalmente questo trittico cambia e diventa testo, attore e spettatore. Il regista viene escluso perché è semplicemente un mezzo. E’ una sintesi complicata. A volte in Italia ci si dimentica del pubblico. C’è un teatro che è o autoreferenziale o un teatro consolatorio. Amo molto il teatro inglese perché riesce a mettere assieme questi due elementi».

Tu insegni alla Link Campus. Com’è il tuo rapporto coi ragazzi e che cosa si aspettano dal teatro?

«Io ho sempre rifiutato l’insegnamento teatrale perché credo ancora nella bottega rinascimentale. Credo che una materia come il teatro, così umanistica in tutte le sfaccettature del termine, è davvero complesso insegnarla. Non è scienza e per questo ho sempre rifiutato di farlo. Poi ho accettato ma più per me, per ritrovare delle cose del teatro che forse davo per scontate e il fatto di condividerle coi ragazzi ha voluto dire rifare un percorso e cristallizzare quelle cose che io avevo sviluppato anche inconsciamente. Molti ragazzi si avvicinano al teatro perché ormai viviamo in un mondo soffocato dallo spettacolo. E molti si avvicinano per un vuoto sociale, alcuni per vanità e la prima difficoltà è capire chi si avvicina al teatro perché lo sente davvero dentro. Perché poi il teatro è una cosa molto delicata perché devi lavorare su delle corde molto intime. E una delle prime cose da fare è annullare la vanità, far capire che non è un lavoro che si fa per se stessi ma anzi che tu come attore sei sempre un passaggio nel meccanismo tra un testo e lo spettatore. E questa è la cosa più difficile. Ovviamente poi ci sono delle regole drammaturgiche che vanno seguite. Ma quella è la parte più semplice dell’insegnamento».

Progetti futuri?

«Questa estate sarò impegnato come direttore artistico del Festival Metropolitana. Un progetto non semplice da seguire perché si tratta della stagione estiva del Comune di Fiumicino, che ha 14 Comuni e quindi un territorio molto ampio. Quindi sarà un grosso format che cerca di riunire tante cose, il teatro, la musica, gli incontri letterari. A luglio ho il Festival di Poesia a Capalbio, arrivato oramai all’undicesima edizione e puoi immaginare che se interessa poco il teatro figuriamoci la poesia. Capalbio è comunque una cittadina abbastanza abituata anche a questo, magari in un altro posto sarebbe improponibile. C’è poi l’insegnamento che va avanti con i ragazzi, due spettacoli che in teoria dovrebbero partire la prossima stagione, sempre due testi di drammaturgia contemporanea. Poi ho una ripresa ad aprile di uno spettacolo con Daniela Poggi, “L’amore impaziente”, che debutterà il 13 aprile a Torino. E poi come ho appreso anche da “Costellazioni” vivo un po’ la casualità degli eventi».