CASO ALDOVRANDI, LA SOCIETÀ HA REAGITO BENE

Cinzia Gubbini

DI CINZIA GUBBINI

Lo so che l’omicidio Aldrovandi può sembrare a qualcuno o l’ennesima storia di cronaca strappalacrime che ci fa ricordare quanto è triste questo mondo, oppure una battaglia ideologica di sinistra contro l’onore delle forze dell’ordine. E’ invece una vicenda emblematica per tante ragioni: perché Federico era il classico ragazzo normale alla soglia tra l’adolescenza e l’età adulta, bello come il sole, vitale e soprattutto innocente. Perché viveva in una città borghese, ricca e perbene nella rossa Emilia Romagna che si è scoperta fatta (anche) di perbenismo e consociativismo. Perché i quattro poliziotti furono difesi, a prescindere, dalla questura (nella persone del questore) e dalla magistratura (nella persona del procuratore capo). Perché la storia di Federico è venuta alla luce grazie a un pezzo di società diversa ma reale – a partire ovviamente dalla sua famiglia – che non si conosceva ma che si è riconosciuta facendo ognuno il suo mestiere e la sua parte: alcuni amici, alcuni giornalisti, alcuni avvocati, alcuni magistrati, alcuni cittadini, alcune associazioni, alcuni partiti. Non tutti.

Chi ha scelto di non girarsi dall’altra parte, ha fatto quello che sapeva e quello che doveva al meglio delle proprie possibilità. Forse ha funzionato perché è semplice, e dovrebbe sempre essere così: fare ognuno la sua parte, il meglio possibile. 
Oggi mi chiedo qual è la parte della politica e delle istituzioni: fare telefonate? Stringere una mano? Dire parole di cortesia? Sono stata contenta che il presidente del consiglio Renzi abbia chiamato Patrizia Moretti, perché finora non era successo e soprattutto perché lo ha fatto immediatamente. Sono contenta anche della condanna di Alfano e di Pansa, perché pensare che fosse scontata sarebbe da sciocchi. Credo sinceramente che in tutti e tre i casi si tratti di prese di posizione che hanno avuto qualche costo.
Mi sembra però che o a un atteggiamento pubblico di questo peso segua una decisione di eguale peso o che la politica, una volta ancora, sembrerà inutile, velleitaria, ipocrita, di fatto complice.

I tre poliziotti che ieri hanno partecipato al congresso del Sap hanno dimostrato per l’ennesima volta di essere poliziotti indegni. Non sto mettendo in discussione il loro diritto a essere sindacalizzati, ci mancherebbe (e non so se abbiano una tessera del Sap, me lo auguro, altrimenti sarebbe ancora più grave). Metto però in discussione il loro diritto a prestarsi coscientemente a operazioni politiche partendo dall’esito di un processo che li ha visti condannati fino al terzo grado. Credo che un poliziotto condannato, che ha mantenuto divisa e lavoro ricevendo la fiducia dello Stato, dovrebbe tenerne conto nei propri comportamenti.
Evidentemente Paolo Forlani, Luca Pollastri e Enzo Pontani intendono invece fare della loro storia una icona delle “ingiustizie” contro la polizia. Ancora una volta quei tre, nella loro responsabilità individuale e personale, dimostrano di non tenere in alcun conto l’interesse generale e quello delle forze dell’ordine (trascinando continuamente il corpo di polizia e l’opinione pubblica dentro la polemica “sentenza giusta”-“sentenza ingiusta”) per non parlare dei sentimenti della famiglia Aldrovandi.
I quattro poliziotti hanno avuto la possibilità di difendersi nelle aule di tribunale, e hanno anche avuto ottimi avvocati (pagati da chissà chi, a partire dall’avvocato Ghedini, lo stesso di Berlusconi). 
Intendono ora difendersi, con la divisa addosso, in piazza?
Sarebbe ora che lo Stato e l’amministrazione di fronte a questi rappresentanti delle forze dell’ordine del tutto incapaci di comprendere la delicatezza del loro ruolo, procedano finalmente con una punizione esemplare: togliendogli la divisa per la quale non nutrono alcun rispetto.
E che poi vadano in piazza a protestare.