RENZI E GRILLO. TRA X FACTOR, MAALOX E ANSIE DI PRESTAZIONE

DI CARMINE CASTORO

Se non fossi abituato a studiare e scrivere fino all’alba, l’avrei preso per un sogno figlio di un’indigestione. La cartina dell’Italia nella diretta elettorale di Sky Tg24 era tutta rossa, inserita in uno scenario geopolitico più ampio, quello europeo, dove c’erano il blu dei Popolari, il giallo limone dei liberali, la chiazza grigia dei lepenisti all’ombra della Torre Eiffel, qualche spruzzata di verde ecologista. Ma colpiva l’Italia color ciliegia a forma di Stivale, da cavalleria dei cosacchi che si abbeverano a Piazza del Popolo. Abituati ad associare la sfumatura sangue-Berlinguer a immarcescibili roccaforti del comunismo come la Toscana o l’Emilia, più che un delirio non poteva essere. Eppure Renzi ha stravinto, doppiando i grillini come si fa in Formula1 con le scuderie automobilistiche più sfigate, quelle che partecipano solo per veicolare un brand ma sono a corto di pistoni e di campioni. Ma che rosso era? Che rosso è? Rosso marxista? Rosso della sinistra? Rosso tramonto? Forse quel rosso che gli studi pubblicitari sui cromatismi legano all’”energia”, all’”amore”, alla “passione”, così come il bianco sa di innocenza e il viola di riflessione e malinconia. Per vendere più facilmente dentifrici e merendine, senz’altra bandiera dell’alluminio di una confezione-famiglia. Stereotipi da comunicazione, ormai desimbolizzati in tutte le loro valenze storiche, materiali, finanche reali. E guerra di comunicazione è stata con Grillo stesso, escluso una volta tanto il Cavaliere che si dibatte ormai in fase pre-tumulo fra dentiere gratis, cateteri “domiciliari” e struggenti memorie da padre della Patria al palo di lap dance. Tattiche. Botte e risposte. Azioni e reazioni. Riflessi e miraggi. Una fisica satellitare. Senza analisi, veri contraddittori, senza purgare l’ovvio, senz’altro che guerre di vanità, sproloqui di oceanico consenso per il puro gusto di coltivare un bocciolo di futuro. Non altro. Da un lato, l’obolo degli ottanta euro in busta paga, riforme strombazzate e non ancora eseguite, qualche auto blu venduta su ebay e i prossimi stipendi da paperoni sforbiciati alla bisogna, il tutto frullato e mantecato con una orecchiabile inflessione fiorentina, la camicia bianca del premier in riunione perenne, un volto giovane e piacente, una generica e tronfia “strategia della redistribuzione sociale” che, nascondendo il prossimo pugno di ferro di tasse e balzelli per coprire risorse che mancano, ammalia per il suo orizzonte egualitario e anti-corruzione. Sull’altro fronte, quello pentastellato, un dire torrenziale, carico di invettive, finanche di infami trasfigurazioni semantiche e iconografiche della Grande Dissoluzione nazista, a tratti autistico, urlato, senza contorni, approfondimenti, alluvionale nella rabbia e negli effetti. Lo Stato-Bingo da un lato, l’Anti-Stato fai da te dall’altro. La promessa di qualche quattrino nel borsellino per Renzi, la trebbiatrice del dissenso per Grillo. Il biglietto fortunato sulla ruota di Bruxelles che sa di tirare a campare, e i due capelloni Anticristo che vorrebbero incenerire ogni istituzione ma sono drogati dall’etere essi stessi. Choc da agenzie stampa. Circonvoluzioni da prima serata. Abbracci e baci fra la gente da politica operaista. Sogni da pixel e pellicola. Contabilità retrattili che si adattano alle criticità dell’interlocutore come un guanto alla mano. Propaganda. Emozionalità allo stato puro. Modelli di indirizzo dell’opinione pubblica che evitano la violenza dei conflitti veri, delle psicologie rattrappite, dei vocabolari collettivi che mancano, delle dignità calpestate e dei valori marciti nelle discariche di un’appropriazione della Res Pubblica che dura ormai da troppe stagioni e troppe inchieste giudiziarie. “Non c’è più un pubblico prigioniero né un trasmettitore sacralizzato.”, dice Regis Debray ne Lo Stato seduttore. “Ecco lo Stato dello stress, delle ulcere e delle depressioni. In un mondo in cui ciò che non si vede alla televisione non esiste, un governo senza immagine ha tutte le ragioni di preoccuparsi”. E dunque, è anche una lotta fra patologie striscianti, oltre che di regimi di visibilità e di modulazioni del sentire capziosamente costruite e trasformate in algoritmi di affetti e di parole belle da ascoltare nei comizi. Renzi colto da “commozione” e ansia da prestazione dopo una vittoria che lo schizza ai piani altissimi della politica internazionale. Grillo che prende in diretta streaming il Maalox, pillola che pettina lo stomaco contratto dal nervosismo di un’amara sconfitta. Mentre al “male oscuro” dei milioni di giovani senza lavoro, senza soldi, senza progetti e senza veri leader compassionevoli, chi ci pensa? Al loro splatter esistenziale, ai loro desideri abortiti, alle loro passioni stanche per dirla alla Spinoza, quale casa farmaceutica provvederà. Resta la televisione, con la “barbarie imbellettata” dei tronismi e della popolarità a basso costo, quella dei saponificatori che si strizzano le mani con la disperazione altrui. Poveracci. Poveri ragazzotti che strimpellano rap e strofe oscene ai casting oceanici di X Factor. Intervistati in un servizio di “Piazzapulita” di ieri, nemmeno sapevano che si votava domenica. Non dico scegliere di andare o no alle urne. No, non sapevano manco che si votava. E masticano frasi fatte, pentagrammi slabbrati, col cappellino, la chitarrina, sotto il sole, con la matricola che li colloca sopra i 37mila, ma loro sono lì che aspettano di entrare in sala davanti a Mika e alla Cabello, novelli guru dell’Arte, pensate un pò, per uccidersi di sogni e ingozzare il portafogli di chi su quella rabbia e quelle speranze in perenne emorragia ha creato il business defilippiano del superamento non-antagonista di ogni contraddizione, la cura omeopatica di ogni febbre. Poveri analfabeti di ritorno. Divi in erba ma con le sinapsi slacciate. Poveri straccioni teenager dell’anima, lo dico con pietas latina, senza alcun disprezzo di classe, tutt’altro. Poveri ramoscelli piegati e spezzati dal vento della popolarità. Moriranno ridendo e cantando con la loro fisarmonichina e il biglietto per la “prima serata” su Sky, davanti a una telecamera, magari, così è più figo, mentre i conduttori dei talent-lager rilasceranno interviste su quanto hanno amato i giovani, e si spargeranno calde lacrime davanti al volto di un premier bambino che ormai ha un’intera carta geografica ai suoi piedi e può tutto con uno schiocco di dita alla Happy Days…