SE CI FOSSE UN DIO, NON PERMETTEREBBE DI MORIRE A 40 ANNI

Barbara Leone

DI BARBARA LEONE

Ci sono cose che ti lasciano di sasso… notizie che arrivano da un posto lontano nel tempo e nello spazio e arrestano sul nascere qualsiasi parola. Perché non ci possono essere parole per spiegare, capire, perdonare la morte che ruba il sorriso a un’anima di soli quarant’anni. E allora puoi solo cercare di ricordarlo quel sorriso incrociato tante e tante volte nei grigi corridoi di un Conservatorio di Musica, quando l’orizzonte era dolce, chiaro e profumava di glicine. Primavera della vita, che scorreva lenta e oziosa come un fresco ruscello di montagna. Avevamo fretta di crescere, di conoscere il mondo. E di suonare. Poi le note si sono dissolte nel vento degli anni che sono volati così in fretta… senza quasi darci il tempo per capire dove stavamo andando. Quello stesso tempo che non passava mai. Le lunghe lezioni di fine d’anno, le prove, i saggi, gli esami… e stai diritta su quel violino! Non è andata esattamente come immaginavamo. Decisamente no. La nostra generazione, così ricca e spensierata allora, è stata scientificamente evirata e scippata d’ogni speranza. E noi complici di questo scempio.
Una delle poche virtù di questa piazza virtuale, è che mi ha fatto rimettere insieme tanti pezzetti di vita impolverata. E così avevo ritrovato Gabriella. E l’avevo ritrovata esattamente come la ricordavo. Sorridente, luminosa e un po’ timida. Mi stupirono le sue foto che la ritraevano abbracciata ai suoi cani. E scherzammo sul fatto che da ragazzina ne aveva timore. Ma gli animali sono così. Quando li conosci li ami. Beffa del destino, ci eravamo parlate solo un mese fa. Lamentando l’eterna indolenza della nostra terra, tanto bella quanto maledettamente immobile. E ci eravamo salutate con la solita promessa di rivederci per un caffè. Insieme a Paolo, suo marito e violista del quartetto con cui suonavo in quegli anni. Non riesco a immaginare ora il suo dolore. Non saprei sussurrargli parole di conforto o preghiere.
Non si può morire a quarant’anni da un giorno a un altro. Se ci fosse un Dio non dovrebbe permetterlo. Se ci fosse un Dio e fosse Giusto dovrebbe almeno darci il tempo di guardare per l’ultima volta il mare. Dovrebbe darci il tempo di sprofondare i piedi nell’erba bagnata, di ridere mangiando patatine davanti a un film di Totò, di lasciarci accarezzare la pelle dal sole mentre gustiamo una pesca rubata dagli alberi… Se ci fosse un Dio e fosse Giusto ci farebbe addormentare con gentilezza. Ci lascerebbe almeno salutare i nostri Amori, ci lascerebbe asciugare le loro lacrime, ci lascerebbe il tempo per un bacio e per suonare un ultimo Notturno di Chopin.
Ciao Gabriella… Ora suona il tuo pianoforte tra le nuvole. Chissà… E noi qui ad ascoltare.

Ci sono cose che ti lasciano di sasso… notizie che arrivano da un posto lontano nel tempo e nello spazio e arrestano sul nascere qualsiasi parola. Perché non ci possono essere parole per spiegare, capire, perdonare la morte che ruba il sorriso a un’anima di soli quarant’anni. E allora puoi solo cercare di ricordarlo quel sorriso incrociato tante e tante volte nei grigi corridoi di un Conservatorio di Musica, quando l’orizzonte era dolce, chiaro e profumava di glicine. Primavera della vita, che scorreva lenta e oziosa come un fresco ruscello di montagna. Avevamo fretta di crescere, di conoscere il mondo. E di suonare. Poi le note si sono dissolte nel vento degli anni che sono volati così in fretta… senza quasi darci il tempo per capire dove stavamo andando. Quello stesso tempo che non passava mai. Le lunghe lezioni di fine d’anno, le prove, i saggi, gli esami… e stai diritta su quel violino! Non è andata esattamente come immaginavamo. Decisamente no. La nostra generazione, così ricca e spensierata allora, è stata scientificamente evirata e scippata d’ogni speranza. E noi complici di questo scempio.
 Una delle poche virtù di questa piazza virtuale, è che mi ha fatto rimettere insieme tanti pezzetti di vita impolverata. E così avevo ritrovato Gabriella. E l’avevo ritrovata esattamente come la ricordavo. Sorridente, luminosa e un po’ timida. Mi stupirono le sue foto che la ritraevano abbracciata ai suoi cani. E scherzammo sul fatto che da ragazzina ne aveva timore. Ma gli animali sono così. Quando li conosci li ami. Beffa del destino, ci eravamo parlate solo un mese fa. Lamentando l’eterna indolenza della nostra terra, tanto bella quanto maledettamente immobile. E ci eravamo salutate con la solita promessa di rivederci per un caffè. Insieme a Paolo, suo marito e violista del quartetto con cui suonavo in quegli anni. Non riesco a immaginare ora il suo dolore. Non saprei sussurrargli parole di conforto o preghiere.
Non si può morire a quarant’anni da un giorno a un altro. Se ci fosse un Dio non dovrebbe permetterlo. Se ci fosse un Dio e fosse Giusto dovrebbe almeno darci il tempo di guardare per l’ultima volta il mare. Dovrebbe darci il tempo di sprofondare i piedi nell’erba bagnata, di ridere mangiando patatine davanti a un film di Totò, di lasciarci accarezzare la pelle dal sole mentre gustiamo una pesca rubata dagli alberi… Se ci fosse un Dio e fosse Giusto ci farebbe addormentare con gentilezza. Ci lascerebbe almeno salutare i nostri Amori, ci lascerebbe asciugare le loro lacrime, ci lascerebbe il tempo per un bacio e per suonare un ultimo Notturno di Chopin. 
Ciao Gabriella... Ora suona il tuo pianoforte tra le nuvole. Chissà… E noi qui ad ascoltare.