BRASILE 2014. MARIO BALOTELLI: GRAZIE PAPA’ PRANDELLI

DI ITALO CUCCI

D’ora in avanti lo chiamerò Papà Prandelli. Come Papà Bearzot. Cesare si è battuto con coraggio – in Italia ce ne vuole anche a fare il CT azzurro – per avere il Mario Balotelli che nel 2010 Lippi aveva dimenticato in Italia; ha resistito ai quotidiani inviti a mollarlo al suo destino sapendo distinguere – cosa rara – fra le intemperanze personali, stupidate e niente più, e le qualità del giocatore, immense; ha snobbato – come faceva Ancelotti – anche le sollecitazioni tecniche ribadite con forza da Silvio Berlusconi, il “padrone” di Balo da lui definito “rovinafamiglie”; ha avuto con lui anche confronti diretti duri, da educatore, proprio come farebbe un padre; ed è stato premiato prima agli Europei, dove Balotelli è stato decisivo per la conquista della finale: come ieri, quando con un gol bellissimo ispirato da un ottimo Candreva è riuscito a metter sotto l’Inghilterra, la nemica di sempre, l’immagine stessa del grande calcio europei con la quale ci siamo sempre eroicamente confrontati: nel ’34, solo per esser riusciti a portare a casa una sconfitta per 3-2, Peppino Meazza e i suoi…camerati furono ribattezzati “Leoni di Highbury”, non siamo ancora ai “Leoni di Manaus” ma si può sognare di giocarsi il titolo a Rio de Janeiro.


Lo stile di conduzione del CT Prandelli è adeguato ai tempi, almeno per contrasto: dominante la cialtroneria, Papà Cesare ho inventato per la Nazionale uno stile di vita non “all’italiana”, ovvero corretto e responsabile, esente da furbate e lamenti, rispettando peraltro il canovaccio tattico della scuola italica, aggiornandolo con un tanto di possesso palla (macchè tiki-taka, noiosa amministrazione del gioco sopportabile quando c’è un terminale che si chiama Messi. In fondo, a ben sapere la storia azzurra, le grandi stagioni della Nazionale hanno rispettato i canoni umani e professionali dei CT. Vittorio Pozzo era “il colonnello degli Alpini” e la sua squadra ha vinto due mondiali in regime militaresco (comprese le sortite nei bordelli) quando la Patria chiedeva prestazioni ducesche; Edmondo Fabbri è stato l’istruttore rigoroso spesso incapace di cogliere gli aspetti umani della truppa, e fu Corea; “zio” Valcareggi ha rimesso insieme un’Italia sbandata cogliendo prima un Europeo poi la mitica vittoria sulla Germania 4-3 restituendo gli azzurri all’amore degli italiani insieme a un tricolore dimenticato; Papà Barzot – ecco l’ispiratore di Prandelli – difese con determinazione Paolo Rossi, subendo ogni sorta d’offese dai media sbracati, e così la squadra aggredita da incompetenti e cialtroni, vincendo il Mundial ’82 del quale Paolo-Pablito divenne bomber-Pichichi; Azeglio Vicini fu l’amato maestro di un gruppo di ragazzini fattisi in breve tempo uomini e campioni che mancarono l’obiettivo del Novanta per essersi imbattuti con Maradona, Arrigo Sacchi fu l’aiatollah, il ginnasiarca ispirato e fantasioso capace di trasformare il calcio in religione; e finalmente venne Lippi, il supercompagno di squadra che seppe proteggere i “suoi ragazzi” dagli scandali e dai veleni trascinandoli a una maestosa vittoria mondiale in Germania, dovendo poi pagare lo scotto della gratitudine in Sudafrica.

Non posso sapere quale traguardo potrà raggiungere Prandelli in un Mondiale dove sono protagonisti anche i dimenticati perché, escluso il Brasile “politicamente” protetto, tutti possono tentare di affermarsi con il gioco, dalla Colombia, alla Costa d’Avorio, alla Costa Rica che fra pochi giorni metterà alla prova la nostra forza esibita con passione ma con momentanei abbandoni contro l’Inghilterra regina nel proprio giardino. Il sogno potrà continuare se Papà Prandelli continuerà ad avere saggio e misurato potere su una famiglia affiatata, non su un club di miliardari in viaggio-vacanza verso Copacabana.