STRAGE DI VIA D’AMELIO. VENT’ANNI DOPO, LO SFOGO DI LUCIA BORSELLINO

Francesca Caprarotta

DI FRANCESCA CAPRAROTTA

Presentato il libro di Dina Lauricella e Rosalba Di Gregorio, “Dalla parte sbagliata, la morte di Paolo Borsellino e i depistaggi della strage di via D’Amelio”: aspro l’intervento di Lucia Borsellino, figlia del magistrato. L’assessore regionale, non riesce a stare seduta, durante la manifestazione. Si alza e commenta duramente. Uno sfogo lungo vent’anni, a livello personale, familiare, umano, nazionale. La verità processuale non sempre coincide con la verità storica.

Lucia Borsellino, con dignità, racconta di un’altra agenda – non quella rossa, mai ritrovata – che insieme al fratello, portò alla procura di Caltanissetta. Volti infastiditi ad accoglierla. Una testimonianza inedita ed agghiacciante: l’agenda, l’unica rimasta a casa, le venne quasi sottratta dalle mani, per essere messa agli atti. Riuscì, invece a farla fotocopiare, pagina per pagina, e la riportò con se.

In quell’agenda grigia dell’Enel, “si evince che – suo padre – avesse incontrato l’onorevole Mancino e qualcun altro.”

Lucia era solo una ragazza. Aveva dormito nello studio di papà, ignara del triste destino, a cui andava incontro, quella maledetta mattina del 19 luglio 1992. Vide aprire e chiudere l’agenda rossa. Ma, nella borsa che consegnarono, essa non c’era più: alle sue proteste, qualcuno disse alla madre, di farla curare, perché stava male. Eppure, un’altra scoperta vergognosa riconduce alla consegna della borsa: nessun atto di verbalizzazione. Un dolore atroce, quello della Borsellino, che esplode dopo anni. Le sue urla ora non si fermano: dopo vent’anni, non solo, non ci sono verbali, ma la polizia scientifica la sottopone al tampone salivare, per il rilevamento delle impronte digitali, dalla valigia.

«E’ un’offesa questa, tutto questo è un’offesa. [..] Perché è veramente vergognoso, non solo per noi, ma per i nostri figli, le nuove generazioni. Perché la verità si deve dire, non c’è niente da fare». Come si può accettare, in un paese democratico, che la verità processuale potesse essere ricostruita vent’anni fa, e ciò invece non avvenne? Ma, l’interrogativo più misterioso è il perché di tali depistaggi.

Un giudice – di tale levatura morale, passione professionale, amore per la sua terra e per la giustizia – è diventato carne da macello, nel silenzio assoluto, di chi ha sepolto le verità autentiche, da lui rintracciate?  Borsellino stesso, non ha voluto sottrarsi alla morte. Purtroppo, è probabile che mai sapremo da chi era composta la regia dell’assassinio e degli insabbiamenti. Ed è facile capire, che non basteranno altri vent’anni per saperlo.

Sicuramente l’auto posteggiata, il citofono, il botto, il fumo, la strada che si spacca in aria, le urla strazianti, i corpi dilaniati del magistrato e della scorta, in una Palermo di vent’anni fa, non verranno mai dimenticati dagli italiani. Perché Paolo Borsellino è un eroe nazionale, come l’amico Giovanni Falcone, che sosteneva che le loro idee «continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini».

Bisogna celebrare questi grandi uomini, anche con la verità giudiziaria, e non solo quando c’è da far passerella. A loro sarebbe piaciuto così.

Lucia Borsellino