LA DEMOCRAZIA DEL SELFIE

Alessandra Pastuglia

DI ALESSANDRA PASTUGLIA

Che la volontà invadente di rappresentarsi sia fonte inesauribile di immagini caricaturali, costituisce un dato inequivocabile. Che il desiderio di stampare il proprio volto deformato dalla piccola distanza dell’obiettivo fotografico, sui brandelli dei panorami e degli orizzonti, sia ormai una passione dilagante, evidenzia l’ovvietà di un dato di fatto. Che, infine, l’attenzione rivolta alla propria immagine e all’impressione suscitata in chi osserva, sia divenuta di primaria importanza rispetto alla curiosità suscitata dalle differenze, rappresenta una ineludibile verità.

E allora cosa ci attenderà dopo il selfie? Quale sarà l’orizzonte del nuovo protagonismo? Dopo le riflessioni freudiane sull’ego e sul super-io, dopo gli pseudo-precetti programmatici e illuminati sugli stili educativi permissivi e amicali, da impartire a bambini e ad adolescenti, il mondo ha assistito alla nuova, incontenibile, epocale, rivoluzione: la socializzazione coatta e solitaria delle persone all’interno dei social network, stile Facebook, Tumbir, Twitter e molti altri di cui, chi scrive, non conosce l’avvento. Dilagano profili accattivanti in grado di offrirsi alle curiosità latenti di pseudo amici, attratti dalla possibilità di spiare e di farsi spiare da occhi legittimamente indiscreti.

Profili esarcerbati da quantità inenarrabili di foto in grado di rappresentare e testimoniare attimi anche insignificanti della propria giornata o del proprio vissuto, perché tutto diviene frutto di condivisione, il buono, il cattivo, l’insoddisfazione, la felicità, l’euforia, i presunti fidanzamenti, i ritorni reali allo stato di singletudine, il momento del parto, la pipì del proprio cane. Tutto. E in fondo nessuno può tirarsi completamente fuori da questa pratica capillare, onniveggente e onnipresente, nemmeno colei che scrive, perché alla realtà è ormai inevitabile sovrapporre un doppio strato poroso in grado di creare nuovi rapporti, interessi, e soprattutto nuovi modi volti a valorizzare ( a seconda dei casi) la propria personalità.

Ma il selfie, l’ultima dilagante moda del momento, oltrepassa ogni adorabile senso della misura. E allora ecco, che camminando placidamente per strada, girovagando in bici, ammirando e godendo l’atmosfera di un porto, gustando un’ottima pizza in un locale gremito, è difficile non imbattersi in una persona che, almeno per un istante, non posizioni l’obbiettivo di uno smatphone o di un tablet sul proprio volto consegnandone l’espressione inebetita al popolo degli astanti assenti in Facebook o similari. E il risvolto più comico risiede nell’inflazione delle foto di coloro che, in totale solitudine, si posizionano davanti ad uno specchio e si ritraggono nelle posizioni più discutibili se non grottesche. Non ci sono barriere d’età , né distinzioni sessiste, né tanto meno differenze legate alle carriere professionali. I selfie sono l’espressione della democrazia. Tutti in fondo acclamano il “mi piace”, che diventa il nuovo miraggio della soddisfazione sociale, nella mancanza o precarietà dei lavori, nelle spesso impraticabili vite coniugali o familiari.

I selfiesti coltivano l’adorazione di sé nella vetrina autoriflettente di strumenti, originariamente straordinari , ormai frustrati dalle volontà di protagonismo e dalla inconsistenza della riservatezza. Ben venga allora il diritto di autorappresentarsi, la necessità di spettacolarizzare la propria esistenza e il proprio aspetto, ma forse, c’è dell’altro.

Così come la maggior parte degli eccessi si origina dai vuoti e dalla assenze, forse anche questa affonda in radici meno convenzionalmente risibili. Forse è proprio l’impossibilità di descriversi o di riconoscersi nelle proprie esistenze che spinge a queste inevitabili, innocenti, e inesauribili “confessioni di identità”.