DIVORZIO BREVE. LA CAMERA DICE SI’: UNA SCELTA DI CIVILTA’

Alessandra Pastuglia

DI ALESSANDRA PASTUGLIA

Divorzio consensuale in 6 mesi e divorzio giudiziale in un anno. La Camera ha votato favorevolmente il disegno di legge che riduce drasticamente i tempi che conducono dalla separazione al divorzio dei coniugi. Primo commento: “Finalmente”. Niente più avvocati, lunghe trafile, confusioni di status, incontri fastidiosi, ex partner pretenziosi , niente patemi d’animo, sensi di colpa e di fallimento. In fondo sei mesi trascorrono in un attimo, e rappresentano il giusto ed equo pedaggio da corrispondere ad una storia finita. La conciliazione è l’espediente soffocato dalla riforma, la speranza cancellata o sottratta ad una relazione che ha vissuto l’agonia della vita a due, a tal punto da agognare un cambiamento. Conciliazione poi di cosa? Il termine è ambiguo, estremamente giudiziale, tecnico, poco affine alla delicatezza e alla brutalità dei sentimenti in gioco in una storia, sentimenti che si traducono spesso in passioni, tensioni, scontri, riappacificazioni, disperazioni, sensi di appartenenza. Eppure il vecchio modulo che prevedeva l’esperimento di tre anni di separazione era finalizzato proprio alla possibile riconciliazione dei coniugi, nel tentativo estremo di ripercorrere sentieri interrotti o di ricomporre frammenti di vita serena. Spesso ciò ha prodotto i risultati sperati, favoriti, in modo non del tutto subliminale, dall’esigenza di sanare o riequilibrare difficili situazioni economiche che vedono solitamente un coniuge poco o nullatenente a fronte di un altro mediamente più stabile. In altri casi, l’esito vano della riconciliazione ha solo moltiplicato i dispetti e rallentato la possibilità delle persone che vivono, sulla propria pelle, il disagio di un abbandono o di una separazione, di voltare pagina celermente, ponendo una distanza tra l’angoscia di ciò che si è dissolto e l’aspettativa di un nuovo orizzonte. I figli sono un ulteriore deterrente, un freno all’urgenza che spesso si ha di cambiare. Sono in qualche modo la cifra del tempo, il riscatto che il trascorrere lento del tempo si concede di fronte alla fretta di scelte personali. Ecco allora che la possibile riconciliazione dei coniugi acquista un valore specifico, un senso di rispetto dedicato alla riflessione doverosa che la fine di un rapporto, di un matrimonio, deve avere e concedersi, per indagare le cause, le responsabilità, le eventuali leggerezze e pesantezze che l’agone matrimoniale e relazionale ha trasformato in agonia. Sei mesi o tre anni. Difficile porre argini, di sicuro, un’esperienza travolgente e invalidante, come può essere quella della separazione che conduce al divorzio, irrompe nella vita dei soggetti, destabilizzandone ritmi, abitudini, consuetudini persino litigiose, un modo di pensare in compagnia o in alternativa al partner. Pone l’urgenza di creare nuovi equilibri, e l’urgenza ha sempre fretta di ottenere risultati immediati. La riforma dà voce alla necessità del cambiamento, in fondo concede all’individuo la possibilità di dimenticare o di lenire un dolore aprendolo a nuovi orizzonti o facendogli recuperare la propria identità. Tre anni sono invece un termine esasperante per chi vive l’oppressione, il senso di un fallimento e la volontà di un riscatto. Rimane un elemento, inconfutabile, o presunto tale, vituperato e bandito dalla società contemporanea, dalla velocità degli incontri, dalla istantaneità dei social network, dalle frenesie delle irrequietezze postmoderne: la nostra società ha paura di riflettere, ha il terrore di prendere pause, di indagarsi sulle ragioni di un insuccesso o di un disagio, terrore di scoprirsi carente o imperfetto o incapace nella gestione di alcune emozioni. Terrore di prendere coscienza lentamente di un proprio percorso di vita per maturarne un’esperienza o una consapevolezza. La nostra società vive di slogan, di spot, di falsi miti, che produce e riproduce a velocità inesorabile, purché la mente sia sempre ottenebrata e corra, dietro alle illusioni, alle pulsioni, alla adesione ai modelli. Corra e non si volti in dietro o dentro, perché è preferibile alimentare e stordirsi con nuovi progetti, nuovi amori, anche nuovi figli, piuttosto che comprendere o riflettere su quello, considerato un tempo, immenso, che, immediatamente e facilmente, diventa passato.