IL CAFFÈ DI CORRADINO. PALESTRA SÌ, MA APERTA

Corradino Mineo

DI CORRADINO MINEO

Una società aperta, liberale è per definizione fragile. I suoi templi possono essere attaccati da pochi (o anche da uno), solo che non voglia – non vogliano – condividere la sfida democratica che quel modello di società lancia anche a lui, a loro. Come si è visto ieri a Ottawa. Corriere della Sera: “Attacco al Parlamento, terrore in Canada”. Scrive Federico Rampini su Repubblica “La capitale in stato d’assedio per il tiro a segno di Michael Zehaf-Bibeau, canadese convertito all’Islam. Il Parlamento bersagliato da raffiche di spari, una fortezza assaltata. Tutto il Nord America si riscopre di colpo vulnerabile”. Fragile perché vulnerabile. Fragile perché quell’assalto solitario è sotto gli occhi di milioni di persone. Perché a Washington si pensa: “potrebbe capitare a noi”. Ma in realtà è fortissima la società “aperta” se riesce ad essere tale, se non importa gli incubi dell’intolleranza e dell’odio, se contrappone a Zehaf milioni di donne e di uomini che vogliono vivere di rispetto e di tolleranza. “I lupi solitari (del terrorismo islamico) fanno paura”, scrivono oggi tutti i giornali. Ma fanno paura proprio perché sono atomi impazziti, senza seguito e possibilità di imporsi.

Già ieri mattina al Senato, il Presidente del Consiglio, ci ha preparati alla lettera di richiamo che la Commissione di Bruxelles manderà all’Italia. “É naturale – ha detto – che una lettera arrivi”, ma noi rispondiamo con il complesso delle riforme”. I titoli. “Scontro alla UE sui conti italiani. Renzi: ora basta austerità”. “Legge di stabilità. Roma e Bruxelles cercano l’intesa”. Il confronto è politico. Scrive Daniele Manca sul Corriere: “Il via libera, se arriverà, più che sulle cifre sarà sugli impegni e quindi politico. Ma lo spettacolo di queste ore a quanto avrà fatto salire il deficit di credibilità? E quanto ci costerà?” Lo spettacolo “di queste ore” è quello di una manovra che è stata annunciata ma consegnata molti giorni dopo al Quirinale, e poi “perfezionata” in affanno per ottenere la “bollinatura” del ragioniere dello Stato, lo spettacolo è quello del tentativo (per fortuna fallito) di ritardare al 10 del mese il pagamento delle pensioni per grattare qualche soldo in più, ed è quello del conflitto con le Regioni sui tagli e del conflitto sociale che si apre con gli scioperi e le manifestazioni del fine settimana, con un governo – certo popolare – ma che attacca briga da tutti i lati. Il Governo chiede “fiducia” ma causa “incertezza”.

Domani, la Leopolda. Sono stato invitato e mi sarebbe molto piaciuto andare e spiegare come e quanto siano sbagliate e pericolose le riforme con cui il Governo vuole cambiare la nostra democrazia. Non andrò perché convocare questa riunione di sostenitori del Premier in contemporanea con la manifestazione della CGIL configura di per sé un tentativo di trasformarla in una scelta di campo. E io sto con gli operai che dicono no, perché il Jobs act copre l’attacco al salario.  

Tuttavia io sono per discutere, per sostenere le nostre ragioni in campo aperto, e non ritiraci in un passato offeso da una innovazione screanzata o destrorsa. 

Perciò ho letto con interesse la risposta che Fabrizio Barca ha dato, via Huffpost, a Salvatore Settis, il quale gli ha fatto osservare che tutto il bel lavoro dei “luoghi ideali” non può accompagnarsi a un eccesso di prudenza tattico nei confronti dell’attuale deriva del Partito Denocratico. “La tattica interna al partito a cui questa scelta costringe il progetto produce un linguaggio ‘prudentissimo’, ‘infarcito di astuzie verbali’, ‘democristiano d’antan’ (Salvatore Settis)”. Barca risponde: “se è vero che in questi ultimi mesi si è chiuso lo spazio nel Pd fra il ‘partito ditta’ e il ‘partito presidenzialista’, questo è in realtà un bene, perché toglie l’idea che il ‘partito palestra’ sia un compromesso fra i due”. In chiaro, neppure la “ditta” mi piaceva, noi prepariamo il nuovo. D’accordo, sono per guardare avanti. Ma a condizione di dire con chiarezza che un partito i cui circoli non si aprono all’esterno, non discutono una volta a settimana di politica con tutti i cittadini del circondario, un partito che vuole accogliere tutti (non a caso partito della nazione) ma poi impone, per primi ai suoi parlamentari, di accettare continui diktat dal Governo a forza di leggi delega e di voti di fiducia, un partito che immagina un Senato non eletto e Province non elette e una Camera eletta con un irragionevole premio di maggioranza e (forse) con la scelta dei parlamentari in capo ai leader, è un partito al quale bisogna chiedere di cambiare verso. Hic et nunc.