PRATO: LA CINA È VICINA

Foto Alex

DI ALESSANDRO TROYA

Da diversi anni, ormai, c’é un distretto produttivo che sembra per organizzazione, metodo e prodotto finito, un pezzo di Cina incastonato in Italia: è l’area di Prato, cittadina dalla vocazione manifatturiera limitrofa a Firenze. L’Italia, terra di stilisti e patria della moda, ha avuto nel pratese, così come nel biellese, una delle zone specializzate nella produzione di prêt-à- porter e ha visto nascere nel tempo numerose piccole e medie imprese terziste.

Ma da almeno vent’anni Prato ha subito una metamorfosi che oggi è evidente anche solo attraversando la città in auto. La comunità cinese ha colonizzato il territorio rilevando aziende, capannoni, negozi. Sono talmente numerosi che anche la pubblicità stradale è in cinese, tanto da chiedersi se sia ancora territorio italiano. I nuovi imprenditori transcontinentali hanno importato da noi il loro know how avanzato in fatto di produzione e gestione del personale, superando anni luce qualsiasi discussione si possa fare su Jobs Act o articolo 18.

Prato diventa rapidamente un distretto specializzato in manufatti tessili low cost e il fatto di riuscire ad avere manodopera a basso costo insospettisce sempre di più gli imprenditori italiani, ma non abbastanza le Forze dell’ordine e gli Enti deputati al controllo delle condizioni di lavoro. Come da consolidato metodo nostrano, ci deve scappare il morto perché qualcuno prenda l’iniziativa.

Il 1° Dicembre 2013 un incendio nell’azienda Teresa Moda uccide 7 operai. Incidente sul lavoro? No, perché il rogo scoppia ad attività chiusa, in un soppalco abusivo e avvolge le vittime nel sonno, che stavano dormendo proprio lì.

Di fronte alla tragedia tutti sembrano svegliarsi da un incantesimo e si rendono conto che non è un accadimento fortuito all’interno di un’azienda irregolare, ma che per Prato quelle condizioni di vita sono la regola: il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, ha paragonato i metodi pratesi a un cancro capace di infilarsi nell’economia sana e di minarla. Il Presidente della Repubblica Napolitano ha ricevuto, dopo i funerali, una delegazione di imprenditori locali auspicando la nascita di un “tavolo per Prato” per affrontare a livello nazionale un problema che la cittadina, a quanto pare, non avrebbe potuto affrontare da sola. Insomma si cerca di chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.

Le prime indagini dopo la tragedia hanno fatto emergere meccanismi astuti e perversi: i titolari delle aziende non ne sono gli effettivi gestori, che sono in realtà altri connazionali, la titolare effettiva di Teresa Moda non è mai stata rintracciata. Inoltre i proprietari degli immobili sono al corrente degli abusi edilizi realizzati dai singoli conduttori, ma fanno finta di niente, perché alla fine i cinesi sono ottimi pagatori in tempo di crisi.

A luglio viene promosso dalla Regione Toscana il “patto fiduciario per la sicurezza” per incentivare l’emersione delle aziende cinesi di Prato. In pratica, gli imprenditori che firmano il patto, identificando il vero titolare dell’azienda e nominando un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, saranno tra gli ultimi ad essere controllati. 15 milioni di euro di soldi pubblici per un piano di intervento etnico che richiede l’assunzione di 74 tecnici che affiancheranno nei controlli le ASL di Firenze, Empoli e Pistoia. I tecnici dovranno controllare, tra il 2014 e il 2016, 7700 aziende cinesi sul territorio. Chi aderisce al patto potrà contare su un posticipo dei controlli, così da avere il tempo di mettersi in regola. Se non è una moratoria, le somiglia molto.

Siamo ormai a Novembre, quasi un anno è passato dal rogo di Prato. Cosa è successo?

Dopo oltre un anno di indagini si è scoperta una serie di meccanismi ben oliati che coinvolgono soggetti privati e pubblici, insomma anche italiani che hanno ben presente che nel torbido si pesca meglio. Gli imprenditori cinesi si sono avvalsi dell’aiuto di audaci menti italiche, due consulenti del lavoro ed uno studio di elaborazione buste paga, per reclutare manodopera a basso costo e sfuggire ai controlli. Falsi certificati di residenza, con la compiacenza di una funzionaria dell’anagrafe comunale e false buste paga: questi i documenti necessari per ottenere i permessi di soggiorno per gli immigrati dalla Cina. Il mancato dialogo tra i troppi enti ed uffici della nostra Pubblica Amministrazione ha permesso di presentare le false buste paga in Questura, salvo poi presentarne altre, di importo assai inferiore, all’Agenzia delle Entrate. L’indagine della GdF di Prato va avanti da circa due anni, con 200mila intercettazioni telefoniche, 200 agenti in campo, 50 perquisizioni in cinque regioni, 20 indagati, di cui 17 sono imprenditori cinesi. Quasi mai il il titolare delle 1000 aziende cinesi controllate è risultato reperibile, a guidare l’impresa è stato messo un prestanome, come nel caso della Teresa Moda.

La task force messa in campo dalla regione ha controllato ad oggi 170 imprese: sono state comminate 114 tra sanzioni amministrative e segnalazioni all’autorità giudiziaria, 99 informative di reato inviate alla procura, solo 27 le imprese risultate in regola per quanto concerne la sicurezza sul posto di lavoro, 18 quelle sequestrate e un imprenditore cinese arrestato. C’è un limite nell’efficacia dei controlli: gli ispettori regionali non possono intervenire su irregolarità riguardanti evasione fiscale, contributiva e sul lavoro nero. Possono solo segnalarlo alle autorità competenti, che dovranno a loro volta effettuare controlli ed indagini.

Siamo sempre il paese delle leggi bizantine, ridondanti quando non contraddittorie, creiamo assurdi regolamenti in cui anche una volgare sedia da ufficio deve essere certificata, ma non siamo capaci di controllare le elementari misure di sicurezza sui luoghi di lavoro. Troppi i soggetti coinvolti per effettuare semplici ma rigorose verifiche sulle imprese, che peraltro non hanno modo di dialogare tra loro ed interpolare i dati.

Le aziende del distretto manifatturiero sono 7700, oltre 4000 nella sola Prato, con 30 mila addetti ed un giro d’affari di almeno 2 miliardi di Euro, di cui una buona metà sommersa. Oggi è uno scandalo nazionale, ma possibile che prima della Teresa Moda nessuno si sia accorto di cosa stesse succedendo? O chiudere un occhio, o tutti e due, faceva comodo?

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