CARLO RUBBIA: LA NUOVA CORRENTE ELETTRICA ARRIVA DAL SOLE

DI GIUSEPPE LORIN

Il Progetto Archimede esportato in Spagna si è dimostrato scientificamente all’avanguardia; essendo vantaggioso si sarebbe potuto sviluppare in Italia, ma la politica italiana, dai primi anni del 2000, ha sempre umiliato la ricerca.

Un direttore d’orchestra, un architetto, una farmacologa studiosa delle staminali e un premio Nobel per la Fisica hanno meritato il riconoscimento conferito dal Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano: “Sono convinto che dai quattro senatori a vita così prescelti verrà un contributo peculiare, in campi altamente significativi, alla vita delle nostre istituzioni democratiche, e – in assoluta indipendenza da ogni condizionamento politico di parte – all’attività del Senato e dell’intero Parlamento”.

Attraversiamo le ingiustizie subite dal nostro Premio Nobel 1984 per la Fisica a Carlo Rubbia, condiviso democraticamente con il collega olandese Simon Van der Meer. Nella menzione ufficiale della Reale Accademia di Svezia i due fisici vennero premiati per il loro decisivo contributo al grande progetto che condusse alla scoperta delle particelle di campo W e Z, mediatrici dell’interazione debole. L’interazione debole che opera nel profondo della materia, laddove risiedono quark e leptoni, è uno dei quattro fondamentali campi di forza dell’universo: la gravità, l’elettromagnetismo, l’interazione nucleare forte e l’interazione nucleare debole, appunto.

È nel Sole la soluzione di una vita comoda: il progetto del prof. Carlo Rubbia, chiamato Progetto Archimede, punta sulla captazione e accumulo di raggi solari con specchi parabolici per arrivare, con una tecnologia innovativa Enea, alla disponibilità di energia. Si utilizzano raggi del sole che vengono raccolti e concentrati da un sistema di specchi parabolici in grado di captare in modo continuativo le radiazioni solari che sono poi concentrate su un tubo assorbente di nuova generazione tecnologica, posto sul fuoco delle parabole al cui interno scorre un fluido termovettore. Questo si scalda raggiungendo temperature molto elevate e si convoglia in un serbatoio a caldo. Da qui passa in uno scambiatore in cui cede parte del calore, che produrrà vapore da immettere nel gruppo turbine, già operanti, di una centrale: proprio per questo scopo, venne scelta la centrale Enel di Priolo.

CARLO RUBBIA

Il fluido del termovettore è, di fatto, un comune fertilizzante, quindi né infiammabile né inquinante e può raggiungere temperature elevatissime. A 550° si può svolgere l’operazione sopradescritta per produrre energia elettrica; ad oltre 850° si può operare per ottenere idrogeno. Un aspetto primario del progetto è che si ha la possibilità di accumulo, pertanto anche nelle giornate piovose il processo può andare avanti, lo stesso dicasi di notte. La prima applicazione pratica venne realizzata nella centrale Enel di Priolo (Siracusa), come già detto, da 720 mw di potenza e si arrivò a produrre circa 30 mw. È da tenere in conto, tuttavia, che per ogni mw prodotto occorreva un’area operativa di 2 ettari. Ecco perché, se il Progetto Archimede fosse stato attuabile in grandi aree assolate e libere, come ne esistono in Africa, la produzione elettrica, per questa via alternativa, avrebbe avuto ben altre proporzioni e ben altri riconoscimenti.

La produzione poi si sarebbe potuta trasportare in qualsiasi posto con dei semplici elettrodotti. Comunque la scelta di Priolo fu effettuata per le caratteristiche “a ciclo combinato” della Centrale già operante in loco. Il progetto nacque dalle sinergie di Enel ed Enea insieme per l’energia solare e a Priolo, vicino Siracusa, prese forma la prima applicazione a livello mondiale di integrazione tra un ciclo combinato a gas e un impianto solare termodinamico, basato su una tecnologia fortemente innovativa elaborata dall’Enea e sviluppata dallo stesso Commissario dell’Ente, il premio Nobel Carlo Rubbia. La centrale Enel di Priolo Gargallo è stata la sede della sperimentazione. Il grande impianto solare venne costruito dall’Enel per incrementare di circa 20 mw la potenza della Centrale, consentendo così la produzione di energia elettrica aggiuntiva da fonte solare, capace di soddisfare il fabbisogno di una città di 20 mila abitanti, un risparmio di 12 mila500 tonnellate equivalenti di petrolio all’anno, minori emissioni di CO2 per 40 mila tonnellate all’anno.

Juan Antonio Rubio, direttore generale del CIEMAT, il principale centro di ricerche energetiche, ambientali e tecnologiche spagnolo, dipendente dal Ministero di Educazione e Scienza, confessa senza riserve  che avere al suo fianco il Nobel italiano per la fisica è un vero onore e una garanzia di successo collaborare con il prof. Carlo Rubbia.

Carlo Rubbia è nato a Gorizia nel 1934. Dopo aver concluso gli studi universitari presso l’Università di Pisa (1957), si è trasferito a New York, lavorando per circa un anno alla Columbia University. Ha proseguito le sue ricerche in Italia, presso l’Università di Roma La Sapienza, divenendo nel 1960 ricercatore dell’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare, il CERN di Ginevra. Qui ha partecipato a esperimenti sulle interazioni deboli al sincrociclotrone, al protosincrotrone, al collisionatore di fasci protonici. Dal 1971 al 1988 è stato professore di fisica alla Harvard University, nel Massachussetts. Dal 1990 al 1993 ha ricoperto la carica di direttore generale del CERN. Nel 1994 ha assunto la direzione dell’International Center for Theoretical Physics di Trieste. Ha insegnato “complementi di fisica superiore” a Pavia. Si trasferì in Spagna, a Madrid, presso il CIEMAT, per incomprensioni politiche.

L’attività di ricerca di Rubbia ha coperto diversi campi della fisica, quali lo studio dei neutrini cosmici, l’analisi della stabilità del protone, il progetto di una fusione nucleare controllata e il progetto di un reattore nucleare basato sull’utilizzo del thorium  come materiale radioattivo. L’attività più recente di Carlo Rubbia è rivolta al problema della produzione di energia mediante nuove tecnologie; dal 1999 al 2006 è stato Presidente dell’ENEA Casaccia, l’Ente per le Nuove Tecnologie, l’Energia e l’Ambiente. Ricordiamo il suo parere sfavorevole denunciato in Parlamento, in Commissione Ambiente alla Camera, in data 25 novembre 2003, in merito al decreto-legge n.314/2003 che ha indicato in Scanzano Jonico il possibile sito unico nazionale come deposito di scorie radioattive, scelto dal generale Carlo Jean, presidente della Sogin.  A difesa dell’ambiente ha affermato, parlando dello studio della Sogin, che non presenta solide basi scientifiche e non rientra in alcuna logica gestionale consolidata secondo cui il sito di Scanzano Jonico potrebbe essere utilizzato nell’immediato per lo smaltimento dei rifiuti di seconda categoria e, contemporaneamente, come laboratorio per indagini sitologiche più approfondite, anche mediante l’installazione di un laboratorio sotterraneo, per la verifica dell’idoneità ad ospitare anche la terza categoria ed i combustibili irraggiati. Le fasi di indagini sui siti devono necessariamente precedere qualsiasi messa a dimora di rifiuti radioattivi di qualsiasi categoria.

Una critica all’attuale smaltimento delle Scorie Radioattive?

Il grave problema dell’eliminazione dei rifiuti radioattivi non va assolutamente sottovalutato. Con vari metodi sono inceneriti, triturati, macinati, pressati, vetrificati e inglobati in fusti impermeabili a loro volta disposti in recipienti di acciaio inossidabile, veri e propri sarcofagi in miniatura. Queste vergogne dell’energia nucleare vengono nascoste nelle profondità sotterranee e marine. Non abbiamo la minima idea di quello che potrebbe succedere dei fusti con tonnellate di sostanze radioattive che abbiamo già seppellito e di quelli che aspettano di esserlo. Ci liberiamo di un problema passandolo in eredità alle generazioni future, perché queste scorie saranno attive per millenni. La sicurezza assoluta non esiste neppure in quest’ultimo stadio del ciclo nucleare. I cimiteri radioattivi possono essere violati da terremoti, bombardamenti, atti di sabotaggio. Malgrado tutte le precauzioni tecnologiche, lo spessore e la resistenza dei materiali in cui questi rifiuti della fissione sono sigillati, la radioattività può, in condizioni estreme, sprigionarsi in qualche misura, soprattutto dai fusti calati nei fondali marini. Si sono trovate tracce di cesio e di plutonio e altri radioisotopi nella fauna e nella flora dei mari più usati come cimiteri nucleari. Neppure il deposito sotterraneo, a centinaia di metri di profondità può essere ritenuto, secondo me, completamente sicuro. Sotto la pressione delle rocce, a migliaia di anni da oggi, dimenticate dalle generazioni a venire, le scorie potrebbero spezzarsi o essere assorbite da un cambiamento geologico che trasformi una zona da secca in umida, entrare quindi nelle acque e andare lontano a contaminare l’uomo attraverso la catena alimentare. A mio parere queste scorie rappresentano delle bombe ritardate. Le nascondiamo pensando che non ci saremo per risponderne personalmente.

Cosa avrebbe potuto fare o dire qualche Onorevole del Ministero delle Attività Produttive, delle risorse minerarie e dell’Ambiente per trattenerla in Italia?

Ci voleva qualcuno nel Ministero delle Attività produttive e dell’Ambiente che dicesse “il solare termodinamico che voi avete progettato è verde, pulito, come l’energia eolica o il solare fotovoltaico”. Ma, essendo una cosa nuova, nessuno ha voluto esprimersi. Abbiamo atteso un anno e mezzo. Nel frattempo gli spagnoli hanno fatto una legge che dichiara che il solare termodinamico è verde. Risultato: me ne sono andato dall’Enea e ho preso la responsabilità del progetto per sviluppare la stessa tecnologia in Spagna, presso il CIEMAT.

Ogni anno nascono 90 milioni di individui sul pianeta. C’è un rapporto tra quantità di individui ed energia consumata?

Il bisogno di energia antica, petrolio, carbone, metano, benzina, idrocarburi, che viene consumata, continua a crescere secondo l’aumento della popolazione sul pianeta e l’effetto serra si fa più evidente. Non era mai successa una cosa del genere nella storia del pianeta. Non sappiamo esattamente cosa accadrà. Ci troviamo dentro a un esperimento. Purtroppo siamo proprio dentro a un’immensa provetta. Se andrà male, andrà male per tutti.

Si parla spesso dell’idrogeno come carburante futuro, come forma di energia alternativa al petrolio: lei cosa ne dice?

L’idrogeno va molto bene. Ma se si produce l’idrogeno partendo dal gas naturale o dal carbone non serve a niente. Alla fine si avrebbe nell’atmosfera la stessa quantità di anidride carbonica. Meglio bruciare direttamente il gas naturale o il carbone. Bisogna passare al solare. L’idrogeno deve essere prodotto con energia solare. Lei può prendere della luce solare e con questa trasformare l’acqua in idrogeno e ossigeno. L’ossigeno lo mette in giro, a grande beneficio del mondo, come fanno le piante. L’idrogeno lo recupera e diventa un gas naturale sintetico. Si potrà pensare di far viaggiare l’idrogeno fin dentro le case, proprio come si fa col gas naturale.

 

Il Premio Nobel Carlo Rubbia è stato costretto ad emigrare per lavorare in tranquillità a progetti legati all’energia solare e ha seguito personalmente l’installazione della Centrale in grado di sfruttare al meglio questa fonte energetica alternativa, il solare termodinamico, poiché qui in Italia il Governo non gli ha consentito di sviluppare e realizzare i suoi progetti, che sarebbero andati a vantaggio del popolo italiano con la creazione di nuovi posti di lavoro e dell’intera umanità con lo sfruttamento di una nuova fonte di energia. Un’occasione persa per l’incomprensione di una classe politica inefficiente.

 

Carlo Rubbia e Giorgio Napolitano