MAFIA. “NELLE MANI DI NESSUNO”, IL LIBRO VERITÀ DI GIANNI PALAGONIA

DI DONATELLA BRIGANTI

“<Nelle mani di nessuno> è il titolo che ho fortemente voluto per il mio libro perché è proprio così che mi sento: solo, al servizio di uno Stato che mi lascia nelle mani di nessuno”. Gianni Palagonia è un poliziotto costretto ad un nome finto per coprire la sua vita vera, la sua vera identità.
La sua è la <lotta di uno sbirro antimafia in un paese malato>, come sottotitola il libro edito da Piemme, senza giri di parole. Non sappiamo la sua età, non sappiamo il suo vero nome e non sappiamo in quale città del nord è stato costretto a trasferirsi, andando via dalla sua Catania, ormai quasi venti anni fa.
Ma possiamo osservare il suo volto e ascoltare le sue parole, mentre i suoi sguardi sempre attenti intorno a sé raccontano della paura, della consapevolezza di un pericolo sempre in agguato. Non si fa fotografare e non si fa riprendere dalle telecamere per ovvi motivi di sicurezza.
“So troppe cose”, dice. “Sono uno scomodo a troppi”.
“Quella che mi caratterizza è la <sbirritaggine>, come la chiamo io, per sottolineare il mio essere sbirro e il mio essere testardo. Perché, anche se a volte mi sento davvero solo, povero e pazzo, non mollo, fino a quello che sarà il <colpo finale>. E non perché sono lontano dalla mia Sicilia, dai miei sapori e dai miei colori, mi fermeranno in questa lotta. Devo combattere il mio nemico di sempre: la mafia.”
Ha indagato sui pezzi più grossi della mafia, ha indagato sul delitto Biagi e D’Antona, ha guardato negli occhi Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi e chissà quanti segreti porta con sé, quante cose vorrebbe gridare ancora più forte di quanto non faccia già.

Oggi Palagonia presenta il suo libro, solo con la voce, senza mostrarsi al pubblico, a Tuoro sul Trasimeno, paese di Emanuele Petri, collega morto nel conflitto a fuoco, il 2 marzo 2003, che portò alla cattura proprio della Lioce e alla morte di Galesi, oltre che al ferimento di Bruno Fortunato, altro uomo della polizia. Ad aspettarlo a Tuoro c’è la signora Alma, vedova di Petri, ormai legata allo sbirro antimafia da stima e amicizia.
“L’avevo incontrato, per la prima volta, alla camera ardente allestita per mio marito. Mi disse, lo ricordo come fosse adesso: <Non si preoccupi, signora, li prenderemo tutti>. Allora non sapevo chi fosse Gianni. Ma le nostre vite si sono incrociate e devo molto a lui e al suo coraggio. Ha molte cose in comune con Emanuele. L’onestà, innanzitutto”.
“Ed è l’onestà la prima cosa, il valore per me più importante”, continua Palagonia. “Ma purtroppo è proprio questa a mancare. Dove c’è mafia, non c’è onestà. E la mafia è soprattutto dove c’è politica e dove c’è economia. Dove ci sono i soldi, insomma”.
Con Alma si fanno coraggio, si scambiano qualche pacca sulla spalla. Ma la signora non ha vissuto la solitudine che Gianni vive ogni giorno.
“Io non mi sento abbandonata, non mi sono sentita mai sola” ammette la signora Alma, con un sorriso di circostanza, mentre cerca di velare con orgoglio le lacrime per la mancanza del marito, che pure c’è.
“Anche se Emanuele mi manca, certo. Ma tanta gente mi è stata accanto. E non posso lamentarmi nemmeno dello Stato. Non è come per Gianni. Forse la situazione è diversa. Lui continua a fare il suo dovere, e questo da fastidio a qualcuno, che preferisce così lasciarlo solo”.
Anche il figlio di Alma, Angelo, 25 anni, ha scelto la polizia ferroviaria, proprio come il padre Emanuele, che oggi viene ricordato nel suo paesino insieme, oltre che con Gianni, con il giornalista e scrittore, Carlo Lucarelli e con il magistrato e amico di Palagonia, Massimo Mannucci. Tutti lì per ricordare Emanuele Petri e per elogiare il poliziotto, anzi lo sbirro, che a quel collega che non c’è più ha dedicato un capitolo del suo libro, <Il treno maledetto>.
Anche <Il silenzio>, libro scritto da Palagonia precedentemente, come <Nelle mani di nessuno>, è una denuncia aperta alla mafia, alle mafie, urlata senza se e senza ma, con un coraggio che ricorda molto Saviano, ma visto ancor più da vicino. Da dentro. Spiega nei dettagli luoghi e operazioni, fa nomi e cognomi, e con un realismo spiazzante regala un tuffo in una realtà che un comune cittadino non conosce o troppo spesso fa finta di non conoscere, contribuendo così all’azione ancora una volta indisturbata della malavita.
“Io sono un tipo diffidente, ma è dei politici in particolare non mi fido per niente. Perché so che sono travolti dal vortice di soldi, della bella vita, belle donne, droga. Se ci sono politici onesti, io non li conosco. Molti mi vorrebbero in politica. A me?! Mi farebbero fuori dopo due giorni. Già sono stato trasferito dalla Sicilia perché stavo creando troppi problemi, sarebbe impossibile per me. Ecco perché dico che sono solo ed è solo chi combatte davvero come me. Perché il male è ovunque, anche nelle forze dell’ordine, piene di spie e di talpe. Il mio primo nemico è vicinissimo a me. Anche adesso che vivo in una città del nord, dove molti pensano di vivere lontani dalla mafia, scopro ancora di più di essere circondato. E’ nelle città del nord che la mafia investe, per esempio, in attività commerciali, per poi riciclare i loro soldi sporchi. La mafia non è solo a Palermo, dove magari c’è solo la manovalanza”.
Nel libro elenca nomi delle vie con tanto di numero civico, a Roma, dove ci sono i luoghi in cui la mafia regna: sono le sedi del Consiglio superiore dell’economia e del lavoro, del Consiglio superiore della magistratura, dell’ufficio del garante per la radiodiffusione e l’editoria, il ministero del commercio con l’estero, il ministero delle finanze, il ministero di grazia e giustizia, il ministero delle risorse agricole e forestali ministero dei lavori pubblici.
Palagonia non si risparmia e scrive anche di pentiti che raccontano solo quello che fa comodo, di intercettazioni rivelatrici tra i più impensabili, di poliziotti e magistrati corrotti, di mafiosi che dopo anni di latitanza e sacrifici di chi li ha catturati, escono miracolosamente dalle carceri. E poi le sue riflessioni, le sue paure, le sue delusioni, compresa quella della moglie che non riesce più a star dietro al pericolo e chiede la separazione.
“Con i miei tre figli, invece, ho un rapporto abbastanza buono” dice con difficoltà, come se il tasto <famiglia> scottasse ancora sulla sua pelle già bruciata. “Non riesco a vederli sempre, ma mi capiscono, capiscono le mie difficoltà. E meno male che almeno loro mi stanno vicini come possono”.
Molte volte si sente un disadattato, ma capisce al volo che persona ha davanti. Un po’ per intuito, molto per esperienza.
“E pensare che per tutto questo io ho sacrificato molto della mia vita. Non ho nemmeno visto mio padre morire! E non si può dire che lo si faccia per soldi. Proprio noi che prendiamo così poco per quello che rischiamo ogni giorno. Se solo i politici guadagnassero quanto noi, o se davvero dichiarassero il loro reale reddito!”.
Fa paura quest’impotenza, questa consapevolezza di non poter cambiare questo <paese malato>. Sembra non ci sia via di scampo.
“Se ognuno di noi facesse il proprio dovere nei confronti della giustizia, se si cominciasse a non chiedere favori agli amici per ogni cosa, allora si che la mafia avrebbe serie difficoltà”.
Sta scrivendo un altro libro, che sarà nelle librerie ad ottobre. Un altro passo avanti nella sua lotta, nella nostra lotta. Un’altra denuncia, quindi un’altra vittoria.

Pubblicato nel gennaio 2010