“LA CHIESA IN TRINCEA” DI DON BRUNO BIGNAMI

 

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DI DONATELLA BRIGANTI
Interventismo o astensionismo, guerra o pace, attacco o legittima difesa. Esiste ancora una ‘guerra giusta’? Nonostante la scelta espressa da tutti a favore della pace, per qualcuno sembra non essere del tutto scontato volerla poi a tutti i costi. Le riflessioni e i dibattiti spesso si fanno accesi quando si trattano questi temi. E così è stato anche durante la presentazione del libro edito da Salerno Editrice La Chiesa in trincea. I preti nella Grande Guerra di don Bruno Bignami, cremonese, docente di teologia e presidente della Fondazione Don Primo Mazzolari, sacerdote prima interventista nel 1914 poi autore di Tu non uccidere, manifesto del pacifismo cattolico.

Alla presentazione, avvenuta il 6 dicembre scorso al Palazzo dei Congressi di Roma, in occasione di ‘Più libri, più liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria’, erano presenti, oltre che l’autore, anche la vaticanista Franca Giansoldati, il giornalista e presidente di RCS Libri, Paolo Mieli, e padre Giulio Albanese, giornalista e appartenente alla Congregazione dei Missionari Comboniani.

Nel centenario della Prima Guerra Mondiale Bignami propone sulle sue pagine un’attenta riflessione sul ruolo dei preti e dei cappellani militari in quel tremendo conflitto e, in senso più generale, sulla posizione della Chiesa nei confronti della guerra. La teoria della guerra giusta, con la Prima Guerra Mondiale, va a finire in soffitta, soprattutto dopo le parole di Benedetto XV che, nell’agosto del 1917, nella sua ‘Lettera ai Capi dei popoli belligeranti’, la definisce senza mezzi termini una ‘inutile strage’. Da quel momento cambia qualcosa, anche all’interno della Chiesa.

«In genere i Papi – afferma Mieli – davano un colpo al cerchio e un colpo alla botte, soprattutto nelle situazioni che risultavano loro scomode. Invece Benedetto XV prende coscienza della situazione e, con quelle parole, segna una dottrina. Dal libro, però, non capirete mai e forse non lo dirà mai, l’autore da che parte sta, se da quella dell’intervento o da quella dell’astensione».

«Ma io ho voluto cogliere tutte le sfumature, senza dover assegnare per forza il ruolo di buono o di cattivo a qualcuno o a qualcun altro» dice Bignami, quasi per giustificarsi.

È vero che in quel periodo c’erano diverse lacerazioni e contraddizioni anche all’interno della Chiesa. I preti più vicini alle famiglie si schieravano contro la guerra perché vedevano il dolore e la povertà della gente, i cappellani che più vicini ai militari, invece, sembravano essere di tutt’altro avviso. Ma se, dopo le parole di Benedetto XV qualcosa davvero cambia, è un dato di fatto che ancora oggi i preti devono essere dei militari. Questo, padre Albanese, proprio non lo manda giù.

«Sono il primo a rispettare tanti cappellani che vivono situazioni difficili accanto ai nostri militari. Sono però molto riluttante a pensare che i nostri cappellani debbano comunque essere considerati dei militari. Anche perché se uno fa il prete non ha nemici, deve difendere il prossimo, chiunque sia, creato a immagine e somiglianza di Dio».

Nelle parole di padre Albanese anche i suoi terribili ricordi di guerra, il ricordo di un ragazzo che in Nord Uganda i combattenti avevano fatto saltare in aria proprio davanti a lui, il suo busto maciullato e le gambe che continuavano a correre in un mare di sangue. Ricorda il sequestro subìto anche se, con un pizzico di ironia, dice di essere «felice, sinceramente, di non aver avuto la grazia del martirio» e afferma, convinto, che «la guerra dovrebbe suscitare solo disgusto, perché in realtà la guerra è una bestemmia, la si fa solo per soldi o per interessi economici. E ha ragione Papa Francesco ad incavolarsi quando incontra quei sepolcri imbiancati dei Capi di Stato e di Governo alla FAO, che applaudono le mani mentre lui dice che la fame nel mondo è uno scandalo quando è evidente che c’è un’incongruenza tra i discorsi di facciata e la realtà dei fatti».

Ma il dibattito si fa acceso quando prende nuovamente la parola Mieli il quale, dopo aver ripercorso la storia della Prima Guerra Mondiale ed evidenziato, come gli altri, le divisioni e le contraddizioni della Chiesa, chiede all’autore, mettendolo in evidente difficoltà, un ‘si’ o ‘no’ senza giri di parole alla domanda: «sarebbe intervenuto nel primo e nel secondo conflitto mondiale?». Bignami cerca di argomentare il suo timido ‘no’ con approfondimenti che Mieli sostiene debbano venire solo dopo una scelta decisa e chiara. Tutti elogiano la pace come unica via ma per Mieli a volte non si ci può proprio tirare indietro.

«Bella, anzi bellissima la pace – dice Mieli – ma quando arrivano i taglia-gole dell’ISIS ci sono delle entità responsabili che si devono porre il problema per capire se è il caso di affrontarli oppure no. Così come fu per il nazismo». «Ma bisognava evitare – interviene padre Albanese che, prima di diventare missionario, era un ufficiale della Marina Militare – che mostri come Hitler fossero messi nelle condizioni economiche di allestire una flotta, un esercito. Lo stesso vale per l’ISIS». «Ma chi li arma, scusi? – controbatte Mieli – né io, né Lei. È un discorso interessantissimo ma non possiamo affrontare le situazioni chiedendoci chi li ha armati. Se avessimo ragionato sempre così, Hitler sarebbe a Roma, l’ISIS pure. Ma quelli tagliano la gola ogni mese». «Lei è un giornalista – risponde Albanese – e sa che la prima vittima, in questi casi, è purtroppo la verità. Da quelle parti, in Siria, adesso non ci sono nemmeno giornalisti»… «Certo – risponde Mieli – perché li sgozzano e lo vediamo anche in tv. Insomma, ci sono dei momenti in cui bisogna prendersi la responsabilità di agire e difendere un Paese, non si può stare lì a pensare a chi li armati».

Mieli e Albanese su un punto sembrano essere pienamente d’accordo: l’onestà intellettuale dell’autore del libro. Albanese, però, non si rassegna e cita Carlo Levi: «…che la sola ragione della guerra è di non aver ragione (ché, dove è ragione, non vi è guerra); che le guerre vere ed efficaci sono soltanto le guerre ingiuste; e che le vittime innocenti sono le più utili e di odor soave al nutrimento degli dèi’. Perché la verità è che spesso le guerre non si combattono per difendere i diritti di Tizio, Caio e Sempronio ma solo per i quattrini. E’ vero che anche il mondo missionario a volte ha chiesto l’intervento di contingenti di pace, di forze di interposizione ma purtroppo anche in quei casi, spesso, il tutto non è avvenuto nel rispetto del diritto internazionale. Si voleva garantire almeno l’incolumità dei cittadini ma spesso poi erano proprio i militari a violentare le donne».

Franca Giansoldati, durante tutto il dibattito, riveste benissimo il suo ruolo di moderatrice, a momenti di brillante provocatrice. Lei che è la prima donna in assoluto ad aver intervistato un Pontefice, Papa Francesco, e proprio a lui, durante il volo per la Turchia in cui c’era anche lei, ha regalato La Chiesa in trincea. Lui al ritorno l’ha ringraziata, l’avrà quanto meno sfogliato. In chiusura, il tempo a disposizione è proprio finito, Franca deve riuscire a placare gli animi e, soddisfatta di avere acceso un vivo confronto, mette tutti a tacere con un semplice «Fate l’amore, non fate la guerra». Così, sembrano non esserci dubbi, ha messo tutti d’accordo. Almeno, per il momento.

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