PINO MANGO, LA VITA CI OFFENDE E POI CI CONSOLA

DI FLORIANA LA ROCCA

Da tre giorni, inspiegabilmente, cantavo al pianoforte alcuni suoi brani. Caparbiamente, insistentemente. C’è qualcosa al di là di noi che ci fa compiere azioni a cui finisci per dare un senso. Un cantautore deriso e incompreso, prima d’essere condiviso. La grande anima di Mango, fedele a sé stessa, ha deciso di andare lontano dal palcoscenico sul quale visceralmente si dava ad altre anime che lo amavano per quella generosità bizzosa tramutata in respiro. Un artista che è riuscito a convertire il dolore causato da sconfitte e delusioni, in rarefatta comunicazione attraverso musica e testi sempre poetici, raffinati, di estrema dolcezza senza perdere mai in forza e carattere. Ci incontrammo negli uffici di una casa discografica di Milano, bastò un sorriso per entrare in contatto.

Morire cantando (il suo particolare falsetto lo ha connotato come artista) e suonando alla tastiera note che egli stesso ignorava potessero essere il saluto finale alla sua gente, alla sua terra. Ricordo, agli esordi, la buffa figura di quando cantava allargando le braccia, muovendo le mani come fossero piccole ali per librarsi nell’aria. Era ancora troppo presto per l’ultimo volo.

MANGO, LA VITA CI OFFENDE POI CI CONSOLA<br /> DI FLORIANA LA ROCCA</p> <p>Da tre giorni, inspiegabilmente, cantavo al pianoforte alcuni suoi brani. Caparbiamente, insistentemente. C'è qualcosa al di là di noi che ci fa compiere azioni a cui finisci per dare un senso. Un cantautore dal sesso incerto, deriso, incompreso, prima d'essere condiviso. La grande anima di Mango, fedele a sé stessa, ha deciso di andare lontano dal palcoscenico sul quale visceralmente si dava ad altre anime che lo amavano per quella generosità bizzosa tramutata in respiro. Un artista che è riuscito a convertire il dolore causato da sconfitte e delusioni, in rarefatta comunicazione attraverso musica e testi sempre poetici, raffinati, di estrema dolcezza senza perdere mai in forza e carattere. Ci incontrammo negli uffici di una casa discografica di Milano, bastò un sorriso per entrare in contatto. Morire cantando (il suo particolare falsetto lo ha connotato come artista) e suonando alla tastiera note che egli stesso ignorava potessero essere il saluto finale alla sua gente, alla sua terra. Ricordo, agli esordi, la buffa figura che cantava allargando le braccia, muovendo le mani come fossero piccole ali per librarsi nell'aria. Era ancora troppo presto per l'ultimo volo.