TAGLI AL CEM DI ROMA. QUANDO LA ‘CURA’ È PEGGIORE DELLA MALATTIA

DI CINZIA GUBBINI

Il Cem non è un posto come tutti gli altri: si trova a Roma, in una traversa della via Portuense, uno dei tanti “quartier generali” della Croce Rossa italiana.

Il Cem è la casa di 44 persone con gravi problemi di disabilità che qui vivono, mangiano, dormono, sono cresciute e accudite da mani che conoscono bene. E insieme a loro ci sono almeno altre 30 persone, anch’esse con parecchi problemi da affrontare, che al Cem vengono ogni giorno non solo per fare terapia, ma anche per stare in un luogo dove c’è posto per loro.

Certo, il Cem – Centro educazione motoria – forse non è più quello di un tempo, quando il fermento anche di ricerca sociale e culturale era vivo, ammazzato da un taglio netto sul personale già nel 2010,quando da 110 operatori che erano si ritrovarono in 80.

La Croce Rossa Italiana, l’ente da cui dipende il personale del Cem,era già in “snellimento” e quelle 110 persone dovevano essere sembrate troppe.

Si cominciò a fare qualcosa in meno, ma mai sul fronte dell’assistenza. In questo posto, assicurano i genitori delle persone ricoverate, i loro “ragazzi” (i più anziani hanno 50 anni) vengono puliti ogni giorno dalla testa ai piedi. Ripetono tutti: “Qui non si è mai verificata una piaga da decubito”, e chi ha a che fare con la disabilità grave sa quanto questo voglia dire.

Gli ospiti vengono alzati almeno tre volte al giorno. Imboccati laddove ce ne sia bisogno. E si trova quasi sempre il modo di andare a fare almeno una passeggiata, anche se ormai organizzare uscite per cinema, teatro, gite estive è sempre più difficile.

Ma almeno sono puliti e assistiti in tutte le loro esigenze. Che sono tante. Impossibili per una famiglia in cui tutti diventano anziani.

Ma ora non è più così. Non è più così dal 4 dicembre, per l’esattezza, quando a 37 persone è arrivata una chiamata telefonica a fine turno: “Domani non venire, ti abbiamo licenziato“. foto 2

Una sola telefonata che ha gelato gli operatori coinvolti, e giorno dopo giorno gettato nello sconforto i genitori degli assistiti e – con ogni probabilità – anche gli assistiti stessi, che nessuno però vuole giustamente turbare.

Loro continuano a vivere nella struttura, ma hanno visto sparire parecchie persone che fino a ieri si occupavano di loro.

Non solo: visto che il taglio è stato tanto netto quanto improvviso, l’organizzazione stessa del servizio è andata in frantumi. E, paradossalmente, in questi giorni sono stati chiamati degli interinali a “coprire” qualche ora degli operatori licenziati.

Chiaramente questo è il punto di vista di due protagonisti importanti di questa storia: i lavoratori – sia chi è stato licenziato che chi continua a lavorare nella struttura – e i genitori degli assistiti, che hanno già presentato due denunce in commissariato per segnalare alle autorità lo stato di abbandono dei figli.

Di parere totalmente opposto è l’Asl Roma D, che da qualche mese ha preso in gestione il Cem ereditandolo dalla Cri, l’ente che si sta velocemente liberando di molti dei suoi appalti (è in ritirata totale dal 118, come dalla gestione dei Centri di identificazione per migranti, come da altri servizi sociali) in vista della privatizzazione che dovrebbe rendere più funzionale e meno ingombrante un “carrozzone” pubblico dai mille tentacoli.

Il problema però è se la cura è più pericolosa della malattia.

Chi ci perde e chi ci guadagna dalla privatizzazione della Croce Rossa?

Nella sala “occupata” (solo di fatto, ma non di nome) dagli ex lavoratori del Cem la risposta è già data: “Via la Croce Rossa che almeno aveva i bilanci pubblici, dentro cooperative e associazioni che i bilanci li tengono chiusi in un cassetto“.

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Intanto però la preoccupazione è nell’immediato. Un papà entra nella stanza: “Ma stamattina volevano pulire mia figlia con dell’ovatta, e gli operatori non hanno neanche i guanti“. “Certo che non ci sono – ribatte una lavoratrice – la direzione era qua in questa stanza, ma come vede non c’è più nessuno: personale trasferito a altro servizio. Per quel che ne so si stanno girando i pollici nei loro nuovi posti di lavoro”.

Entra un operatore che non è stato licenziato e ha appena staccato dal suo turno: “Non vi rendete conto che sta succedendo di là, ci mandano questi ragazzi presi dalle agenzie interinali che non hanno idea di cosa devono fare. Poveracci, ci rimangono anche male perché la situazione dei pazienti, qui, è dura: questo lavoro lo devi saper fare, e soprattutto devi conoscere le persone, non è che ti possono buttare qui dentro senza tante spiegazioni”. Uno dei papà: “E li capisco pure, mica è colpa loro“.

Forse anche per evitare queste situazioni, 6 delle persone licenziate sono state richiamate, “ripescate”. Ma anche per loro le notizie non sono positive come poteva sembrare all’inizio: “Mi hanno chiamato e mi hanno chiesto se sono disponibile a fare 12 ore alla settimana: 12 ore! Dopo dieci anni che lavoro qua! E io le farei pure: ma neanche sono stati in grado di dirmi quando le dovrei fare”, racconta uno dei “fortunati”. Lui, come gli altri, stretti tra la necessità di lavorare e la rabbia per quello che considerano un ricatto bello e buono. Per adesso, comunque, i contratti non ci sono. Sono solo contatti interlocutori.

È tutto nel caos, mentre nella struttura – presa in comodato d’uso dalla Asl D – sono in corso dei lavori di ristrutturazione. E dove i dirigenti fanno di tutto per far sembrare che tutto sia in ordine.

Nella sala “occupata” a un certo punto entra la nuova direttrice del Cem della Asl Roma D in persona, la dottoressa Carla Salvitti: “Dottoressa, ma che succede al Cem? È vero che il personale non basta e le persone non sono assistite?”, chiediamo. “È tutto a posto, è tutto in ordine”, dice rinchiudendosi nella sua stanza.

Dunque: per la Asl va tutto benissimo. Come anche per la Cri. Mentre nella stessa stanza i lavoratori che hanno appena staccato dal servizio e i genitori degli assistiti che hanno libero accesso alla struttura riportano racconti del tutto opposti. 

Intanto qualcosa di grave c’è ed è già successo: 37 lavoratori licenziati con una telefonata. 37 persone con una anzianità di servizio di anche più di 10 anni. Donne e uomini che hanno superato la quarantina, che non hanno mai avuto un contratto a tempo indeterminato e che – per questo – hanno già fatto causa alla Croce Rossa. foto 4

In cinque hanno già vinto in Cassazione, ma non sono tra i licenziati. Tra questi, però, c’è chi ha già in tasca la sentenza di vittoria in appello, eppure è stato scaricato.

Ieri si rincorrevano voci sull’intenzione della Cri di valutare la possibilità di ricorrere in Cassazione. Ma l’ufficio legale dell’ente ha smentito.

I sindacati, Cgil e Usb in testa, sono sul piede di guerra. La Cgil ha presentato una denuncia e ieri ha incontrato il Prefetto, che già prima dell’estate era intervenuto scongiurando il ridimensionamento del servizio.

Ieri il prefetto ha incontrato Cgil, Cri e Asl D. Davanti alle rassicurazioni della Asl non ha potuto fare nulla, anche se ha assicurato “vigilanza”.

Intanto i giorni passano, e per gli ospiti del Cem non ci sono più gite al parco.

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