INSONNIA E L’INCANTO DI CESARE ZAVATTINI

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DI FLAMINIA LIZZANI

Ieri, notte fonda, casa di origine, non riesco a dormire, albeggia, scelgo lui. Lo trovo tra tantissimi, mi piace sfogliarlo e toccarlo, le pagine ingiallite e ruvide di un sentiero di montagna. Lo apro a casaccio e mi sdraio tra parole d’amore e di cinema, di politica e di amicizia e mi fermo qui dove il cuore si rallegra e batte il tempo.

“Nel ’47 gli confessai che ho sempre desiderato scrivere canzonette e Rota disse: proveremo insieme. Avevo in testa uno che non sa se è felice o triste, forte o debole, eroico o vile, cinico o innamorato e va per le strade a domandare com’è, ditemi come sono. Mi sarebbe piaciuto fare delle domande, ballabili, alle persone che di volta in volta occupano la cronaca, un re, un assassino, un’attrice.

Stare vicino a uno che vola con le mani sulla tastiera e io sul primo sgrullone di note mi rotolo per terra come una trota nella schiuma più fredda e argentea, poi con la mia voce rauca canto senza pudore tutto quello che viene dal sottobosco, col palmo della mano battendo il tempo sulle cose dure che ci sono intorno, pareti, tavoli, porte, vetri e sventaglio il cucchiaio del caffè sulle bottiglie di liquori sollevando trilli, marciare musicalmente nella stanza come quando si ha una gioia così totale che non si conoscono ostacoli anche se sei grosso e tardo, sali su una sedia con lo scatto d’uccello che va dal piolo più basso a quello alto, rimbalzi sul canapè, con un solo passo scavalchi una persona e desideri che si rompa qualche oggetto di valore”.

Cesare Zavattini, Diario Cinematografico