PIPPO FAVA, OMICIDIO DI MAFIA. LA SICILIA NON DIMENTICA

DI DONATELLA BRIGANTI

Essere giornalisti ed essere non solo compaesani ma anche ‘vicini di casa’ di Pippo Fava carica le spalle e il cuore di una certa responsabilità, oltre che di un indicibile onore. Nutrirti dei suoi stessi sogni di giustizia e libertà, partendo da un piccolo grande paese come Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, assume un profondo significato quando devi misurarti con un esempio di vero uomo e di vero giornalista quale era Giuseppe Fava.

«A che serve vivere se non c’è il coraggio di lottare?» è solo una delle sue frasi più famose e simboliche. Una domanda retorica che contiene in sé tutta la filosofia di vita e dell’operaro di Fava.
Fu ucciso dalla clan mafioso dei Santapaola il 5 gennaio del 1984, esattamente 31 anni fa, con cinque proiettili calibro 7 e 65, sparati alla nuca in una serata di pioggia, mentre stava per scendere dalla macchina, di fronte al Teatro Verga di Catania, in quella che si chiamava via dello Stadio e che oggi porta invece il suo nome.

Con le parole ha messo paura ai mafiosi che lo minacciavano senza riuscire a fermarlo, ai baroni della mafia entrati in politica, ai cavalieri del lavoro, come li descriveva lui e, a distanza di tempo, il suo ricordo non è svanito nel nulla, nonostante la situazione non sia purtroppo molto diversa da quella che denunciava allora.
«Mi rendo conto – aveva dichiarato il 28 ottobre del 1983, intervistato da Enzo Biagi – che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante…».

Fava, nato nel 1925, era partito da Palazzolo per andare a studiare Giurisprudenza nella città etnea ed era diventato poi scrittore, giornalista, drammaturgo, saggista e sceneggiatore. Tanto giusto, ma tanto ‘pericoloso’ da morire per questo. E pensare che inizialmente si negò la matrice mafiosa dell’omicidio e si parlò di delitto passionale. Sì, un po’ come Peppino Impastato che, nel 1978 quando morì a Cinisi, si voleva far credere non fosse stato ucciso, ma si fosse suicidato facendosi saltare in aria caricando il suo stesso corpo di una quantità esagerata di tritolo. Due vite ma la stessa sete di giustizia e verità, la stessa identità libera.
Pippo Fava aveva paura, certo, ma non per questo si fermava alla superficie. Anzi, andava così a fondo nelle sue inchieste che Cosa Nostra non poteva che temerlo, quindi farlo fuori. Era diventato ‘incontrollabile’, come lo aveva definito Maurizio Avola, il collaboratore di giustizia che si autoaccusò dell’omicidio, patteggiando sette anni di pena, portando alle sbarre, nel 1998, i boss Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, considerati i mandanti, e Marcello D’Agata, Francesco Giammuso e Vincenzo Santapaola, organizzatori ed esecutori. La Corte d’Appello di Catania confermò poi le condanne all’ergastolo per Santapaola e Ercolano, mentre assolse D’Agata, Giammuso e Vincenzo Santapaola, sentenza diventata definitiva nel 2003.
La passione per il giornalismo aveva portato Pippo Fava per un periodo a Roma, dove aveva condotto la trasmissione di Radiorai ‘Voi e io’ e aveva collaborato con il ‘Corriere della Sera’ e con ‘Il Tempo’. Negli anni Ottanta però era tornato a Catania ed era diventato direttore del ‘Giornale del Sud’. Ma, poco dopo, la gestione venne affidata a una nuova cordata di imprenditori e Fava venne licenziato.

Con un carattere determinato come il suo, non poteva certo arrendesi e, rimasto senza lavoro, aveva organizzato e sviluppato il suo progetto: ‘I Siciliani’, secondo giornale antimafia in Sicilia, una rivista di inchieste e reportage in cui denunciava senza giri di parole il potere corrotto, attività illecite, imprenditori venduti, amministrazioni comprate. Un’analisi sempre attenta, la sua, con nomi e particolari che gli sono costati la vita.
Niente, certo, potrà farlo rivivere, ma la memoria può far rivivere il suo coraggio, ricordando a tutti che solo con coraggio possiamo cambiare le cose, soprattutto se si tratta di Cosa Nostra. Perché nostra dev’essere, invece, la giustizia, nostra dev’essere la libertà di denunciare, di parlare, di scrivere secondo il suo concetto di giornalismo: «Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. Pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane…»

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