STRAGE DI PARIGI. È FINITA COME NEL COPIONE DI UN FILM

DI RITA PANI

È finita come doveva finire, come il copione di questo film già visto pretendeva che finisse. Morti tutti, Liberi tutti. Qualche effetto collaterale, ma pure a questo ci hanno abituati.

Ho provato sgomento, non dolore nell’apprendere la notizia dell’inutile morte di 12 persone, ma perdonatemi se non mi sono aggiunta al coro. Perché ieri sera, mentre andava in onda su tutte le televisioni il tristissimo show, di una battaglia che sembrava una guerra, io leggevo dei 2.000 morti di un Dio qualunque in Nigeria, su quattro scarne righe di un giornale; uno dei tanti.

Nessuno che volesse essere nigeriano. Nigeriano qualunque non è un soggetto attraente per l’umanità veicolata da un’informazione che deforma.

Fa dolore questo mondo, e forse – devo averlo scritto già da qualche parte – ci farebbe un po’ meno male se anziché voler essere qualcun al altro quando egli muore, ci ricordassimo chi siamo ora che ancora siamo vivi. Ma ci sta, ormai le cose devono essere virali, proprio come le malattie, per renderci partecipi.

Partecipi, fino al paradosso che ora mi porta a scrivere queste poche righe amare: sui social network, è iniziata l’esultanza per il titolo di un giornale “UCCISI”.

Spero tanto che anche gli evviva, con la “v” o la “vu doppia”, gli applausi, le congratulazioni, e la felicità per la morte che si unisce alla morte, non diventi virale.
Perché non c’è vaccino contro l’imbecillità.

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