UN’ANONIMA CHAT CONTRO LA SOLITUDINE. INGANNO DEI SOCIAL

DI ALESSANDRA PASTUGLIA

Quanti i modi per sfuggire alla solitudine. Mostro orribile che incombe sulle vite affollate e frenetiche di tutti i giorni.

La monotonia della ripetizione e la necessità di impegnare il tempo e di costruirsi un ruolo sociale, riconoscibile e spendibile in un mondo distratto ed esigente, confina molte persone all’interno di luoghi ristretti e sempre noti, costringendole a frequentazioni obbligate e irrinunciabili.

E laddove l’isolamento non è condizione richiesta dalle contingenze, l’urgenza del fare, preme l’acceleratore del singolo individuo proiettandolo nell’ansia di un costante movimento e di un contatto incessante, tanto che la sospensione di ogni attività getta lo stesso, nell’irrequietezza e nella incapacità di resistere ad una pagina bianca, lasciandola tale. In questa frenesia, i rapporti umani spesso vengono penalizzati; non la scelta ma la frequenza e ricorrenza degli incontri detta la nascita di un’amicizia o meglio, di una conoscenza, termine vago e sbiadito, più adeguato ai nostri tempi irresponsabili. Oppure i gruppi di riserva o riservati, quegli agglomerati puntualmente preordinati a raccogliere un bacino di persone che scopre di essere accomunato, all’improvviso, da una stessa idea, passione o divago, e che in orari e giorni prestabiliti, spesso, nel week end o nei periodi festivi, avverte l’esigenza di trovarsi e ritrovarsi debellando due elementi ritenuti insopportabili nell’attuale contesto sociale: la noia e appunto, la solitudine. Sempre la paura della pagina bianca, induce i medesimi ad occupare completamente persino lo spazio domestico, il tempo del riposo o della ricongiunzione a sé, che diventa la trama di una fitta ragnatela di relazioni, che si intrecciano attraverso la parola scritta, l’impersonalità dei volti e delle voci. L’inespressivo diventa l’espressione di un legame. Così, proliferano cellulari , IPAD, ICLOUD, dotati di qualunque applicazione. L’istigazione ad aggregarsi e ad entrare in un gruppo alimenta la paura di non poterne più far parte e la necessità della community spesso dissolve la singolarità rendendola leggibile e appropriabile da parte di chiunque. L’urgenza di partecipare, per riempire, per colmare spazi lasciati abbandonati , distorce talvolta anche la radice più profonda dei legami affettivi, sempre in balia di nuovi e irreperibili spazi da concedere a chiunque, nonché di conoscenze sostituibili e indifferenziabili. L’apparente volontà di condivisione traduce e trasforma la precarietà delle unioni in dipendenze sentimentali che diventano lo strumento inconscio volto a debellare la paura della solitudine o la sua minaccia interna e latente. Terreni friabili, di agonia e fragilità che cercano nell’altro l’humus in grado di allontanare spettri, di rendere fertili tempi temuti anziché attesi e accolti.

L’esito è lo smarrimento o la sensazione di vivere storie estranianti, storie irriconoscibili e un po’ irriconoscenti perché finalizzate allo stare insieme e non all’equilibrio appagato dello stare insieme. Storie, per questo aggredibili dalla mancanza della riflessione. Pagine bianche imbrattabili di inchiostro. Ed ecco che i mille rivoli di socializzazione obbligata vivono la propria quotidiana solitudine, nutrita dalla fretta, dalla smania di soprapporre situazioni, persone ed occasioni, dagli incontri obbligati ed organizzati in eventi, dalla paura di trovarsi nell’assenza di un altro, dalla paura di un tempo che faccia prendere tempo e non lo sottragga. Così i volti si traducono in “smile”, i consensi nei “mi piace”, i “ti amo”,nel “non posso fare a meno”, la paura della solitudine nella solitudine delle dipendenze affettive e della costante reperibilità.

Ed ecco che la bellezza di una pagina bianca si traduce nello spazio anonimo di una telegrafica chat.