DISOCCUPATI. IL POPOLO SPETTRALE DEGLI SCORAGGIATI

DI ALESSANDRA PASTUGLIA

Cosa significa vivere nell’Italia dei record? Forse abituarsi alle stravaganze, ad alcune inefficienze o alle situazioni portate alle estreme conseguenze.

Significa, sicuramente, adeguarsi all’impensabile e all’imprevedibile, a tutto ciò che è radicale ed estremo. Quando tale esasperazione coglie in flagranza il mercato del lavoro, entrano in cortocircuito l’armonia e la stessa possibilità di una serena convivenza sociale. Mercato del lavoro. Due parole che sembrano creare un’unione perfetta, nella quale la nobiltà della forza lavoro e l’abilità creativa dell’individuo vengono valorizzate all’interno di un sistema in grado di produrre e riprodurre benessere. Un mercato dello scambio e della intensificazione. Una gioiosa macchina da guerra capace di consolidare risorse e moltiplicare potenzialità. Un mercato delle idee, delle abilità, delle possibilità e della creatività in grado di rendere ogni singolo, partecipe di una costruzione comune. Ma cosa succede se il sinodo si scinde? Cosa, se l’unione mostra le lacerazioni della propria trama? Se il mercato perde la capacità di valorizzare l’individuo trasformandolo piuttosto in un ingranaggio inutile? Se infine la produzione di ricchezza diviene inversamente proporzionale alla soddisfazione del lavoratore? Il lavoro perde significato. Diviene un elemento qualunque. Irrilevante. Insieme ad esso, l’individuo smarrisce il senso della propria identità. Il desiderio di partecipare ad un’impresa comune e la fiducia nel poterla portare a termine. Diviene spettrale all’interno di un mondo veloce che consuma ancor prima di osservare, che sostituisce anziché valorizzare. Un uomo indifferente e indifferenziato, giovane o maturo, disorientato dal sentimento del fallimento e soffocato dalla paura di nuovi insuccessi. E così, nell’Italia dei record, Eurostat scatta una nuova fotografia, che ritrae una porzione di popolo affetta da un invisibile e disarmante nemico: la sfiducia.

Tre milioni e seicentomila persone sarebbero scoraggiate dalla mancanza di un lavoro e si dichiarano avvilite di fronte all’impossibilità di ipotizzare un possibile cambiamento. Un popolo errante, lento, silenzioso e depresso che si muove nelle strade affollate da vite precarie e veloci. Destini interrotti, depotenziati, derubati della stessa possibilità di immaginare futuri praticabili. Accanto ad essi, si scorge l’esercito delle persone disoccupate, 3,4 milioni di individui. Forza lavoro inerme, qualificata dall’inutilità della propria presenza. I “Neet”, acronimo che indica i “Not in education Employment or Training”, ovvero i “Non impegnati a scuola, sul lavoro o in attività di formazione”. I non individui. Gli irrappresentabili. Creature invisibili per coloro che, dagli scranni delle Aule Parlamentari hanno dimenticato i volti di costoro o smarrito il senso delle loro petizioni e richieste. Volti sui quali è inciso il segno dei clamorosi e innumerevoli fallimenti degli Esecutivi in grado, sino ad oggi, di varare misure insufficienti e incapaci di creare lavoro.

Così, l’esercito degli scoraggiati, in Italia congela speranze e aspettative, trasformando l’attesa del proprio futuro nell’attitudine alla invisibilità e nella consapevolezza della propria inutilità.

Un popolo che vive nell’ombra di una società che nasconde le sue vittime.

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