LA SINISTRA CHE “GUFA” TSIPRAS

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DI ALESSANDRO GILIOLI

«Ah quanto non vedo l’ora di vedere Tsipras alla prova dei fatti», ha scritto ieri su Facebook il mio buon amico L., renziano.

Anch’io, naturalmente, perché intanto significherebbe che domani vince. Ma aldilà degli auspici, in questa frase c’è un sacco di roba; anche italiana.


Dal punto di vista del mio amico L., ad esempio, è del tutto ovvio il bisogno di vedere quella che secondo lui è la “sinistra dura e pura” che si sporca le mani con le mediazioni, con il possibile, con le difficoltà del reale, con il potere.

Senza fare troppa psicologia, lo capisco: nemmeno lui dev’essere entusiasta, dentro, di Alfano e Lupi ministri, degli inciuci con Verdini, del partito del Nazareno, della mancata rottamazione di tanto vecchio establishment, né dei nomi che circolano per il Quirinale.

Tutto ciò viene giustificato, appunto, con il possibile, con la mediazione. Di qui la soddisfazione preventiva nel prevedere che anche Tsipras perderà senz’altro parte del suo fascino alternativo, una volta immerso nei giochetti del governo, nei limiti imposti dal reale; ma anche nel supporre che il reale avrà la meglio su di lui, lo stirerà: o annacquandolo all’infinito o sotterrandolo bruscamente.

E qui si arriva dritti alla grande questione che divide la sinistra italiana, almeno da un anno in qua. Ho citato già più volte Francesco Piccolo – in questo blog – perché il suo libro è proprio il manuale autogiustificatorio se non rivendicativo della mediazione estrema. La teorizzazione dell’idea che volere troppo è ottenere niente, quindi è conservazione; mentre il cambiamento vero si ottiene con la fatica del compromesso.

Il libro ha avuto un grande successo: perché ben scritto, ma anche perché in Italia c’è stata senz’altro una sinistra che per voler tutto ha ottenuto il suo contrario. E non solo Turigliatto, certo.

Poi però da Turigliatto si è passati a Verdini.

Ecco, appunto: personalmente ho il realismo e il bagaglio sufficiente per non credere all’ora X in cui si conquista il Palazzo d’Inverno e dal minuto dopo parte il radioso futuro dell’umanità sfruttata. Non ci credevo a vent’anni, figurarsi passati i cinquanta, dopo averne viste di ogni.

Sono tuttavia molto convinto che fra i ricatti di Turigliatto e l’abbraccio a Verdini ci sia un territorio molto vasto.

Davvero molto vasto.

E che alla fine tutto dipende dal punto in cui posizioniamo l’asticella. L’asticella del compromesso e della mediazione, appunto.

Già: anche posizionarla troppo in basso non cambia in meglio il reale. Diventa una sua accettazione passiva. Produce proprio le stesse conseguenze che Piccolo e gli altri renziani vedono negli effetti di quella che chiamano “sinistra dura e pura”: la conservazione. Se non il peggioramento. Un anno di governo Renzi – a partire dalla scelta di un esecutivo con la destra anziché uno emerso dal voto – è già qui a dimostrarcelo: non solo con il Patto del Nazareno ma anche con le sue scelte politiche concrete, perfettamente uguali a quelle precedenti nell’elevazione del muro tra sommersi e salvati. Forse, anche un po’ più aspre, in questa costruzione.

Quindi, in sintesi, sia il mio amico L. sia io non vediamo l’ora di vedere Tsipras alla prova dei fatti.

Ma lui con la speranza che anche Tsipras sia costretto a un Nazareno, e che le trattative con la Bce e il Fmi lo portino a compromessi molto al ribasso (teorema Piccolo) oppure ad andare a sbattere (sempre teorema Piccolo). Io esattamente per il motivo opposto, cioè per vedere se nell’incontro-scontro con il reale si può posizionare l’asticella in mezzo, tra Turigliatto e Verdini. O comunque da qualche parte, tra questi due estremi – il perdere benissimo e il vincere malissimo – che alla fine hanno molto in comune: perché producono lo stesso risultato e si sostengono a vicenda.

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