LA SERIE A IN TRE STORIE

DI ITALO CUCCI

Tre storie emozionanti in una giornata che segna non solo l’inizio del girone di ritorno ma anche la potente esibizione della Juve che molte emozioni tende a spegnere. Troppo forte per tutti, grandi e piccoli, la Signora, che tuttavia si concede la civetteria di apparire sofferente quando si parla di Pogba: non ha senso immaginare o addirittura paventare, come fanno i cronisti del fantamercato, la fuga del Ragazzo Meraviglia verso altri lidi. Non ha senso perchè – come precisano le cronache finanziarie – la Juve è pur sempre il decimo club del mondo nella classifica dei ricconi; non ha senso perché il ritornello “con i novanta milioni di Pogba puoi acquistare tre buoni giocatori” è giusto valido se si parla di cani e gatti, non di calcio; Pogba non è solo un valore monetario, è quel valore aggiunto che può farti sognare l’Europa, la Champions da troppo tempo lontana, e al tempo stesso accontenta, addirittura esalta, la passione per il gioco più bello del mondo in una stagione che – almeno da queste arti – tende a deprimerlo. Se ancora si rimprovera al Milan la cessione di Mastro Pirlo, per quanti anni si dovrebbe accusare la Juve di aver rinunciato a quel giovane fenomeno che anche ieri ha nobilitato una partita, non eccelsa, con un gol fantastico? Per me Pogba è un mito rivelatosi la sera del 20 settembre 2012, quando segnò subito dopo Caceres il gol che mortificò il forte Napoli di Mazzarri: ero in tivù e ne parlai con Alessio che occupava la sua prima panchina bianconera in attesa del ritorno dello squalificato Antonio Conte; “E’ nata una stella” – gli dissi con l’abusata ma telegrafica metafora; e lui: “Andiamoci piano, dobbiamo insegnargli ancora tante cose…”. Bravissimi, quelli della Juve: ma chi se ne intende i campioni li vede subito; e Pogba era già un campione”.

La seconda storia riguarda il gol di Morganella non assegnato al ’55 al Palermo a Marassi: non trattandosi della Roma di Udine – ad esempio – non c’è stato dibattito nè ripensamento, il Palermo ha incassato il furto con signorilità, Iachini non ha fatto una piega, Zamparini ha tirato in ballo la solita tecnologia carente; lo aspetto al varco, quando un domani, facendo i conti, il Palermo dovesse rimpiangere quei due punti perduti utili magari per un posto in Europa. Spero che se ne preoccupino soprattutto Nicchi e Messina che stanno cercando di difendere gli arbitri di porta molto più convinti di quanto non lo siano gli arbitri medesimi. Tecnologia a parte, è sempre in discussione la credibilità dei giudici.

Terza storia da riportare e illustrare ai Padroni del Vapore – e a tanti addetti ai lavori – è quella scritta ieri dall’Inter incornata brutalmente dal Toro e ridotta a esibire gli stessi punti del povero Milan. Mancini non è Inzaghi e può continuare a recitare la parte del Mago anche se non si vedono magìe ma la ripetizione di tanti errori non riparabili con l’acquisto degli scarti altrui. Podolski e Shaqiri hanno conquistato le prime pagine ormai meta di Carneadi e pensionati ma hanno fatto anche dire che Mancini è bravo perché ottiene tutto, mentre Mazzarri non aveva alcuna forza in società. Premesso che Mazzarri non avrebbe mai accettato certi acquisti, solo riferendomi al percorso che stava facendo con impegno e pazienza son sicuro che la sua Inter oggi avrebbe una classifica nettamente migliore. Prima di Inter-Toro hanno fatto vedere Moratti, Thohir e compagni sbadiglianti in tribuna ai tempi di Mazzarri; ieri li ho visti sorridenti al ’94 di Mancini. Si chiamava Riso Amaro.

Noterella finale: il magistrato Marini (che so appassionato di calcio) inaugurando l’anno giudiziario a Roma ha detto che il mondo del pallone – ormai invaso dal business – è assediato da bande mafiose. Non ha sollevato grande emozione e invece il suo appello dovrebbe essere accolto e meditato mentre si registrano situazioni a dir poco imbarazzanti. Come la tentata conquista di club gloriosi da parte di sconosciuti. E dico poco.